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annotato da ulrico (24/11/2009 - 13:33)

La scala mobile sale al terzo piano tra scale che discendono, gradini che spariscono in alto tra le luci, pavimenti che si allontanano ai due lati, la folla che circola lentamente nel brusio.
«Ti piace?» gli chiedo in un orecchio, alle spalle.
«Sì» risponde senza voltarsi.
Aggrappato con la sinistra al corrimano di gomma, si lascia cadere indietro, sentendo che ho le braccia aperte.
Sto curvo in avanti per sorreggerlo. Quando arriviamo in cima e i gradini di ferro scompaiono nella feritoia, si arrovescia con le spalle.
«Non avere paura!» gli dico, sollevandolo a fatica perché non inciampi.

Giuseppe Pontiggia, Nati due volte (2000)

annotato da ulrico (06/11/2009 - 15:47)

Quando mi sveglio, la mia bocca è aperta. I denti sono unti: lavarli la sera sarebbe meglio, ma non ne ho mai il coraggio. Agli angoli delle palpebre mi si sono asciugate delle lacrime.
Le spalle non mi fan più male. Una ciocca di capelli induriti mi copre la fronte. Li butto all'indietro con le dita aperte. È inutile: come pagine di un libro nuovo, si raddrizzano e mi ricadono sugli occhi. Quando abbasso la testa, sento che la barba mi è cresciuta: mi punge il collo.

Emmanuel  Bove, I miei amici (1924)

annotato da ulrico (20/10/2009 - 13:16)

Tom sbirciò alle sue spalle e scorse l'uomo che lo seguiva uscire dietro di lui dal Green Cage. Accelerò il passo, ma non c'era ombra di dubbio. L'uomo era proprio alle sue calcagna. Tom lo aveva notato cinque minuti prima mentre questi lo osservava con insistenza da un altro tavolo, come se non fosse proprio del tutto sicuro, ma quasi. A Tom, però, era sembrato sicuro abbastanza da indurlo a bere d'un fiato il suo drink, pagare in gran fretta e lasciare il locale.
Patricia Highsmith, Il talento di Mr. Ripley (1956)

annotato da ulrico (28/09/2009 - 17:44)

Parigi, rue du Coq d'Or, le sette del mattino. Una sequela di urla strozzate e furibonde dalla strada. Madame Monce, la padrona dell'alberghetto di fronte al mio, era uscita sul marciapiede per apostrofare una pensionante del terzo piano. Aveva i piedi nudi infilati negli zoccoli e i capelli grigi spioventi.
George Orwell, Senza un soldo a Parigi e a Londra (1933)

annotato da ulrico (09/09/2009 - 13:39)

Erano le cinque del mattino, pioveva, e Eric von Lhomond, ferito davanti a Saragozza, curato a bordo d’una nave ospedale italiana, aspettava al bar della stazione di Pisa il treno che lo avrebbe riportato in Germania.
Marguerite Yourcenar, Il colpo di grazia (1939)

annotato da ulrico (23/07/2009 - 16:06)

Ogni volta che la porta della toilette degli uomini si apriva, il terribile frastuono degli Swarm, la band che si stava scatenando nel teatro, al piano superiore, entrava con tale prepotenza da rimbalzare su specchi e lavabi, sembrando ancora più assordante. Ma appena il meccanismo automatico richiudeva la porta, gli Swarm svanivano lasciando il posto alle urla di studenti ubriachi di giovinezza e di birra che scherzavano davanti agli orinatoi.
Tom Wolfe, Io sono Charlotte Simmons (2004)

annotato da ulrico (01/07/2009 - 14:03)

Combray non si chiama Combray ma Illiers: oggi però i cartelli stradali e le guide lo designano per Illiers-Combray. Quivi, un museo intitolato a Marcel Proust: otto sale di prime edizioni, fotografie, calamai, flaconi di pastiglie per l'asma, giacche da camera, fazzoletti cifrati, canne da passeggio, ricco materiale tuttavia svalutato dalla sua stessa collocazione, che distendendosi dalla seconda all'ultima sala lo fa successivo all'unico oggetto presente nella prima sala, in una teca di plexiglas cm 35x20x25: la madeleine.
Michele Mari, Tutto il ferro della torre Eiffel (2002)

annotato da ulrico (11/06/2009 - 15:23)

Stavo in ufficio, il contratto d'affitto era scaduto e McKelvey voleva ricorrere al tribunale per sfrattarmi. Era una giornata infernale e il condizionatore d'aria era rotto. Sul piano della scrivania stava camminando lentamente una mosca. Allungai un braccio, abbattei il palmo aperto della mano e la spedii all'altro mondo. Mentre mi pulivo la mano sulla gamba destra dei pantaloni squillò il telefono.
Alzai il ricevitore. "Ah, sì," dissi.
Leggi Céline?" chiese una voce femminile. Era parecchio sexy. Da un po' di tempo ero solo. Secoli.
"Céline," risposi, "ehmmm..."
Voglio Céline," disse. "Devo averlo."
Una voce tanto sexy, mi eccitava davvero.

Charles Bukowski, Pulp (1994)

annotato da ulrico (21/05/2009 - 13:47)

I dentoni bianchi e sporgenti gli pendono dal sorriso come quelli di un cane lupo. Gli occhi hanno un' espressione vacua, esaltata, folle. Anche la signora che lo tiene in mano, accovacciata per farsi piccola come me, ha in faccia un sorriso troppo largo. Assomiglia alla mia baby-sitter, ma senza l'apparecchio: ha la stessa treccia bionda che parte da un punto imprecisato della testa. Mi agita Bugs Bunny davanti alla faccia, e la carota che il coniglio tiene stretta in mano fende l'aria su e giù come un coltello. Aspetto che una delle assistenti sociali le dica che non ho il permesso di guardare i cartoni di Bugs Bunny.
"Guarda cosa ti ha portato la mamma", sento dire.
Mamma.
Lo dico sottovoce, come una parola magica che usi solo quando ti trovi sopraffatto da un nemico troppo numeroso.

J.T. Leroy, Ingannevole è il cuore più di ogni cosa (2001)

annotato da ulrico (30/04/2009 - 16:26)

Dedicherò la prima conferenza all'opposizione leggerezza-peso, e sosterrò le ragioni della leggerezza. Questo non vuol dire che io consideri le ragioni del peso meno valide, ma solo che sulla leggerezza penso d'aver più cose da dire.
Italo Calvino, Lezioni americane (1988)

annotato da ulrico (08/04/2009 - 16:18)

Nel perimetro dell'ospedale, sorge un piccolo padiglione circondato da un vero e proprio bosco di cardi, d'ortica e di canapa selvatica. Il tetto è tutto rugginoso, il comignolo è per metà crollato, gli scalini alla porta d'ingresso si sono imporriti e ricoperti d'erba, e dell'intonaco non è rimasto che qualche traccia. Con la facciata anteriore il padiglione guarda all'ospedale, con quella posteriore alla campagna, da cui lo tien separato il grigio recinto dell'ospedale, irto di chiodi. Codesti chiodi, voltati con la punta all'insù, e il recinto, e il padiglione stesso, hanno quell'aria particolare di squallore e di dannazione, che da noi in Russia è una prerogativa degli stabilimenti ospedalieri e carcerari.
Anton Pavlovič Čechov, Reparto n.6 (1892)

annotato da ulrico (23/03/2009 - 15:11)

Don Giovanni, quinto del nome nella successione dei re, andrà questa notte in camera di sua moglie, donna Maria Anna Giuseppa, che è giunta da più di due anni dall'Austria per dare infanti alla corona portoghese e fino a oggi non ce l'ha fatta a ingravidare. Già si mormora a corte, dentro e fuori del palazzo, che la regina probabilmente ha il grembo sterile, insinuazione molto ben difesa da orecchie e bocche delatrici e che solo fra intimi si confida. Che la colpa ricada sul re, neppure pensarlo, primo perché la sterilità non è male degli uomini, ma delle donne e per questo tante volte sono ripudiate, e secondo, tangibil prova, se pur fosse necessaria, perché abbondano nel regno bastardi del real seme e anche ora la fila gira l'angolo.
José Saramago, Memoriale del Convento (1982)

annotato da ulrico (02/03/2009 - 12:37)

Se sono matto, per me va benissimo, pensò Moses Herzog. C'era della gente che pensava che fosse toccato, e per qualche tempo persino lui l'aveva dubitato. Ma adesso, benché continuasse a comportarsi in maniera un po' stramba, si sentiva pieno di fiducia, allegro, lucido e forte. Gli pareva d'essere stregato, e scriveva lettere alla gente più impensata. Era talmente infatuato da quella corrispondenza, che dalla fine di giugno, dovunque andasse, si trascinava dietro una valigia piena di carte. Se l'era portata, quella valigia, da New York a Martha's Vineyard. Ma da Martha's Vineyard era riscappato indietro subito; due giorni dopo aveva preso l'aereo per Chicago, e da Chicago era filato in un paesino del Massachussets occidentale. Lì, nascosto in mezzo alla campagna, scriveva a più non posso, freneticamente, ai giornali, agli uomini pubblici, ad amici e parenti e finì per scrivere pure ai morti, prima ai suoi morti e poi anche ai morti famosi.
Saul Bellow, Herzog (1964)

annotato da ulrico (10/02/2009 - 08:46)

Il villaggio di Holcomb si trova sulle alte pianure di grano del Kansas occidentale, una zona desolata che nel resto della stato viene definita "laggiù". Un centinaio di chilometri a est del confine del Colorado, il paesaggio, con i suoi duri cieli azzurri e l'aria limpida e secca, ha un'atmosfera più da Far West che da Middle West. L'accento locale ha pungenti risonanze di prateria, una nasalità da bovari, e gli uomini, molti di loro, portano stretti pantaloni da cowboy, cappello a larghe tese e stivali con tacchi alti e punte aguzze. Il terreno è piatto e gli orizzonti paurosamente estesi; cavalli, mandrie di bestiame, un gruppo di solos bianchi che si elevano aggraziati come templi greci, sono visibili parecchio prima che il viaggiatore li raggiunga.
Truman Capote, A sangue freddo (1965)

annotato da ulrico (16/01/2009 - 14:01)

Quanto ho potuto trovare sulla storia del povero Werther, io l'ho raccolto con cura, ed ora lo presento a voi, sapendo che me ne sarete grati. Non potrete negare rispetto e amore alla sua persona e al suo carattere, né lacrime al suo destino. E tu, anima buona, che provi il suo stesso tormento, prendi conforto dal suo dolore e fa' che questo piccolo libro ti diventi amico, se tu, per avventura o per colpa, non ne hai saputo trovare uno migliore.
Johann Wolfgang von Goethe, I dolori del giovane Werther (1774)

annotato da ulrico (18/12/2008 - 14:04)

Quell’anno lì, il quarantacinque. I tedeschi avevano perduto il dominio dello spazio sopra la nostra città. Figurarsi sopra l’intera regione, il paese. I tuffatori avevano danneggiato le comunicazioni a tal punto che i treni del mattino viaggiavano a mezzogiorno, quelli del mezzogiorno a sera e quelli della sera a notte, sicchè era successo a volte che un treno del pomeriggio era arrivato puntuale al minuto secondo l’orario, ma solo perchè era un accelerato del mattino con quattro ore di ritardo.
Bohumil Hrabal, Treni strettamente sorvegliati (1965)

annotato da ulrico (01/12/2008 - 15:22)

Ho ancora nel naso l'odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don. Ho ancora negli occhi il quadrato di Cassiopea che mi stava sopra la testa tutte le notti e i pali di sostegno del bunker che mi stavano sopra la testa di giorno. E quando ci ripenso provo il terrore di quella mattina di gennaio quando la Katiuscia, per la prima volta, ci scaraventò addosso le sue settantadue bombarde.
Mario Rigoni Stern, Il sergente nella neve (1953)

annotato da ulrico (12/11/2008 - 12:54)

«Ventiquattro schiavi mori spingevano remando la sfarzosa galera che doveva portare il principe Amgiad al palazzo del califfo. Ma il principe, avvolto nel suo mantello di porpora, se ne stava solo, sdraiato in coperta, sotto l'azzurro cupo del cielo notturno disseminato di stelle e il suo sguardo...».
La piccola aveva letto fin lì ad alta voce; ora, quasi all'improvviso, le si chiusero gli occhi. I genitori si guardarono sorridendo, Fridolin si chinò su di lei, le baciò i capelli biondi e chiuse il libro che si trovava sulla tavola non ancora sparecchiata. La bambina lo guardò come sorpresa.
«Sono le nove,» disse il padre «è ora di andare a letto». E poiché anche Albertine si era accostata alla bambina, le mani dei genitori si incontrarono sulla fronte amata mentre i loro sguardi si scambiavano un tenero sorriso, che non era rivolto più solo alla bambina.

Arthur Schnitzler, Doppio sogno (1926)

annotato da ulrico (20/10/2008 - 14:33)

Mi chiamo Eva, che vuol dire vita, secondo un libro che mia madre consultò per scegliermi il nome. Sono nata nell'ultima stanza di una casa buia e sono cresciuta fra mobili antichi, libri in latino e mummie, ma questo non mi ha resa malinconica, perché sono venuta al mondo con un soffio di foresta nella memoria.
Isabel Allende, Eva Luna (1987)

annotato da ulrico (23/09/2008 - 16:09)

4 maggio 1985. Sto preparando le cose da portarmi via per un breve viaggio a New York, dove devo andare a discutere con Brion del libro sul gatto. Nella stanza davanti, dove stanno i gattini, Calico Jane ne sta allattando uno nero. Prendo il borsone. Mi sembra pesante. Guardo dentro e ci sono gli altri suoi gattini.
"Abbi cura dei miei piccoli. Portateli dietro dovunque tu vada".
Nel reparto Animali del supermarket Dillon's, sto scegliendo tra i cibi per gatti e faccio conoscenza con una vecchia signora. Pare che i suoi gatti si rifiutino di mangiare qualsiasi cibo che contenga pesce. Pensi, le dico, che i miei sono tutto l'opposto. Loro prediligono prodotti come Cena al Salmone e Zuppa di Pesce.

William Burroughs, Il gatto in noi (1986)

annotato da ulrico (03/09/2008 - 15:05)

Sulla bella costa della riviera francese, a mezza strada tra Marsiglia e il confine italiano, sorge un albergo rosa, grande e orgoglioso. Palme deferenti ne rinfrescano la facciata rosata, e davanti a esso si stende una breve spiaggia abbagliante. Recentemente è diventato un ritrovo estivo di gente importante e alla moda; dieci anni fa, quando in aprile la clientela inglese andava verso il Nord, era quasi deserto. Ora molte villette vi si raggruppano intorno; ma quando questa storia incomincia, soltanto i tetti di una dozzina di vecchie ville marcivano come ninfee in mezzo ai pini ammassati tra l'Hotel des Etrangers di Gausse e Cannes, otto chilometri più in là.
Francis Scott Fitzgerald, Tenera è la notte (1934)

annotato da ulrico (16/07/2008 - 15:06)

Usciti dalla trattoria i cuochi e i camerieri, Domenico Rosi, il padrone, rimase a contare in fretta, al lume di una candela che sgocciolava fitto, il denaro della giornata. Gli si strinsero le dita toccando due biglietti da cinquanta lire; e, prima di metterli nel portafoglio di cuoio giallo, li guardò un'altra volta, piegati; e soffiò su la fiammella avvicinandosi con la bocca. Se la candela non si fosse consumata troppo, avrebbe contato anche l'altro denaro nel cassetto della moglie; ma chiuse la porta, dandoci poi una ginocchiata forte per essere sicuro che aveva girato bene la chiave. Di casa stava dall'altra parte della strada, quasi dirimpetto.
Ormai erano trent'anni di questa vita; ma ricordava sempre i primi guadagni, e gli piaceva alla fine d'ogni giorno sentire in fondo all'anima la carezza del passato: era come un bell'incasso.

Federigo Tozzi, Con gli occhi chiusi (1913)

annotato da ulrico (27/06/2008 - 14:16)

Il mio più lontano ricordo è intinto di rosso. In braccio a una ragazza esco da una porta, davanti a me il pavimento è rosso e sulla sinistra scende una scala pure rossa. Di fronte a noi, sul nostro stesso piano, si apre una porta e ne esce un uomo sorridente che mi si fa incontro con aria gentile. Mi viene molto vicino, si ferma e mi dice: « Mostrami la lingua!». Io tiro fuori la lingua, lui affonda una mano in tasca, ne estrae un coltellino a serramanico, lo apre e con la lama mi sfiora la lingua. Dice: «Adesso gli tagliamo la lingua». Io non oso ritirarla, l'uomo si fa sempre più vicino, ora toccherà la lingua con la lama. All'ultimo momento ritira la lama e dice: «Oggi no, domani». Richiude il coltellino con un colpo secco e se lo ficca in tasca. Ogni mattina usciamo dalla porta che dà sul rosso pianerottolo e subito compare l'uomo sorridente che esce dall'altra porta. So benissimo che cosa dirà e aspetto il suo ordine di mostrare la lingua. So che me la taglierà e il mio timore aumenta sempre più. Così comincia la giornata, e la cosa si ripete molte volte.
Elias Canetti, La lingua salvata (1977)

annotato da ulrico (10/06/2008 - 15:21)

Era una di quelle domeniche di mezza estate in cui tutti se ne stanno seduti e continuano a ripetere: "Ho bevuto troppo ieri sera". Si poteva udire i parrocchiani che lo bisbigliavano all'uscita della chiesa, si poteva udirlo anche dalle labbra del parroco, mentre si infilava faticosamente la tonaca nel vestibolo, si poteva udirlo nei campi di golf e di tennis, e anche nella riserva per la protezione della fauna, dove il presidente della locale associazione ornitologica era in preda a una feroce emicrania.
John Cheever, Il nuotatore (1964)

annotato da ulrico (21/05/2008 - 15:01)

Chiamo il nostro mondo Flatlandia, non perché sia così che lo chiamiamo noi, ma per renderne più chiara la natura a Voi, o Lettori beati, che avete la fortuna di abitare nello Spazio.
Immaginate un vasto foglio di carta su cui delle Linee Rette, dei Triangoli, dei Quadrati, dei Pentagoni, degli Esagoni e altre Figure geometriche, invece di restar ferme al lor posto, si muovano qua e là, liberamente, sulla superficie o dentro di essa, ma senza potersi sollevare e senza potervisi immergere, come delle ombre, insomma - consistenti, però, e dai contorni luminosi. Così facendo avrete un'idea abbastanza corretta del mio paese e dei miei compatrioti.

Edwin Abbott Abbott, Flatlandia (1881)

annotato da ulrico (05/05/2008 - 14:08)

Un tizio senza mani si è presentato alla porta per vendermi una foto della mia casa. Se non era per gli uncini cromati, sembrava un uomo sulla cinquantina come ce ne sono tanti.
“Come ha fatto a perdere le mani?”, gli ho chiesto dopo che mi aveva detto cosa voleva.
“Quella è un’altra storia”, ha detto lui. “La vuole questa foto o no?”
“Si accomodi”, ho detto io. “Ho appena fatto il caffè”.
Avevo appena preparato anche della gelatina di frutta. Ma quello non gliel’ho detto.

Raymond Carver, "Mirino" in Di cosa parliamo quando parliamo d'amore (1982)

annotato da ulrico (15/04/2008 - 12:07)

Uuuuhhh!!! Guardatemi sto morendo. La bufera mi ulula il de profundis nel portone e io ululo con lei. È fatta, sono fregato! Un delinquente col berretto sporco, il cuoco della mensa impiegati al Consiglio Centrale dell'Economia Nazionale, mi ha rovesciato addosso dell'acqua bollente e m'ha bruciato il fianco sinistro. Che mascalzone! E si che è anche un proletario. Signore, Dio mio, che dolore! Fino alle ossa mi ha trapassato quell'acqua bollente. E adesso ululo, ululo, ma forse che ululare serve?
Michail Afanas'evič Bulgakov, Cuore di cane (1925)

annotato da ulrico (21/03/2008 - 10:26)

Nell’albergo c’erano novantasette agenti pubblicitari di New York e tenevano le linee interurbane talmente monopolizzate che la ragazza del 507 dovette attendere la sua chiamata fin quasi alle due e mezzo. Ma non rimase con le mani in mano. Lesse in una rivista femminile un articolo intitolato Il sesso: paradiso…o inferno. Lavò il pettine e la spazzola. Tolse la macchia dalla gonna del tailleur nocciola. Spostò il bottone sulla camicetta di Saks. Strappò due peli da poco spuntati alla superficie del neo. Quando finalmente la centralinista fece il numero della sua stanza, se ne stava seduta nel vano della finestra e aveva quasi finito di laccarsi le unghie della mano sinistra.
Jerome David Salinger, "Un giorno ideale per i pescibanana" in Nove racconti (1953)

annotato da ulrico (05/03/2008 - 14:03)

Charlie Asher camminava sulla Terra come una formica sulla superficie dell'acqua, quasi temesse che il più piccolo passo falso potesse farlo andare a fondo, fino a essere risucchiato negli abissi sottostanti. Avendo la fortuna di possedere l'immaginazione tipica del maschio beta, passava gran parte della sua vita a lanciare occhiate furtive al futuro, così da poter individuare i modi in cui il mondo tramava la sua morte: la sua; quella di sua moglie, Rachel; e adesso anche quella della piccola Sophie, appena nata. Ma, nonostante le attenzioni, la paranoia e l'incessante inquietudine – dal momento in cui l'urina di Rachel aveva fatto comparire una lineetta azzurra sul bastoncino del test di gravidanza, fino al suo ricovero al St. Francis Memorial – la morte riuscì comunque a insinuarsi nelle loro vite.
Christopher Moore, Un lavoro sporco (2006)

annotato da ulrico (13/02/2008 - 14:19)

Hai messo il piede sinistro sulla guida d'ottone, e con la spalla destra tenti invano di sbloccare il portello scorrevole. Sgusci nel varco facendo forza contro i bordi, poi, la tua valigia rivestita di cuoio granuloso d'un verde bottiglia molto scuro, la tua pur piccola valigia di uomo avvezzo ai lunghi viaggi, ecco che l'afferri per l'impugnatura appiccicosa, con dita che nonostante lo scarso peso sono già rosse.
Michel Butor, La modificazione (1957)

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