Ho ancora nel naso l'odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don. Ho ancora negli occhi il quadrato di Cassiopea che mi stava sopra la testa tutte le notti e i pali di sostegno del bunker che mi stavano sopra la testa di giorno. E quando ci ripenso provo il terrore di quella mattina di gennaio quando la Katiuscia, per la prima volta, ci scaraventò addosso le sue settantadue bombarde.
Mario Rigoni Stern, Il sergente nella neve (1953)
«Ventiquattro schiavi mori spingevano remando la sfarzosa galera che doveva portare il principe Amgiad al palazzo del califfo. Ma il principe, avvolto nel suo mantello di porpora, se ne stava solo, sdraiato in coperta, sotto l'azzurro cupo del cielo notturno disseminato di stelle e il suo sguardo...».
La piccola aveva letto fin lì ad alta voce; ora, quasi all'improvviso, le si chiusero gli occhi. I genitori si guardarono sorridendo, Fridolin si chinò su di lei, le baciò i capelli biondi e chiuse il libro che si trovava sulla tavola non ancora sparecchiata. La bambina lo guardò come sorpresa.
«Sono le nove,» disse il padre «è ora di andare a letto». E poiché anche Albertine si era accostata alla bambina, le mani dei genitori si incontrarono sulla fronte amata mentre i loro sguardi si scambiavano un tenero sorriso, che non era rivolto più solo alla bambina.
Arthur Schnitzler, Doppio sogno (1926)
Mi chiamo Eva, che vuol dire vita, secondo un libro che mia madre consultò per scegliermi il nome. Sono nata nell'ultima stanza di una casa buia e sono cresciuta fra mobili antichi, libri in latino e mummie, ma questo non mi ha resa malinconica, perché sono venuta al mondo con un soffio di foresta nella memoria.
Isabel Allende, Eva Luna (1987)
4 maggio 1985. Sto preparando le cose da portarmi via per un breve viaggio a New York, dove devo andare a discutere con Brion del libro sul gatto. Nella stanza davanti, dove stanno i gattini, Calico Jane ne sta allattando uno nero. Prendo il borsone. Mi sembra pesante. Guardo dentro e ci sono gli altri suoi gattini.
"Abbi cura dei miei piccoli. Portateli dietro dovunque tu vada".
Nel reparto Animali del supermarket Dillon's, sto scegliendo tra i cibi per gatti e faccio conoscenza con una vecchia signora. Pare che i suoi gatti si rifiutino di mangiare qualsiasi cibo che contenga pesce. Pensi, le dico, che i miei sono tutto l'opposto. Loro prediligono prodotti come Cena al Salmone e Zuppa di Pesce.
William Burroughs, Il gatto in noi (1986)
Sulla bella costa della riviera francese, a mezza strada tra Marsiglia e il confine italiano, sorge un albergo rosa, grande e orgoglioso. Palme deferenti ne rinfrescano la facciata rosata, e davanti a esso si stende una breve spiaggia abbagliante. Recentemente è diventato un ritrovo estivo di gente importante e alla moda; dieci anni fa, quando in aprile la clientela inglese andava verso il Nord, era quasi deserto. Ora molte villette vi si raggruppano intorno; ma quando questa storia incomincia, soltanto i tetti di una dozzina di vecchie ville marcivano come ninfee in mezzo ai pini ammassati tra l'Hotel des Etrangers di Gausse e Cannes, otto chilometri più in là.
Francis Scott Fitzgerald, Tenera è la notte (1934)
Usciti dalla trattoria i cuochi e i camerieri, Domenico Rosi, il padrone, rimase a contare in fretta, al lume di una candela che sgocciolava fitto, il denaro della giornata. Gli si strinsero le dita toccando due biglietti da cinquanta lire; e, prima di metterli nel portafoglio di cuoio giallo, li guardò un'altra volta, piegati; e soffiò su la fiammella avvicinandosi con la bocca. Se la candela non si fosse consumata troppo, avrebbe contato anche l'altro denaro nel cassetto della moglie; ma chiuse la porta, dandoci poi una ginocchiata forte per essere sicuro che aveva girato bene la chiave. Di casa stava dall'altra parte della strada, quasi dirimpetto.
Ormai erano trent'anni di questa vita; ma ricordava sempre i primi guadagni, e gli piaceva alla fine d'ogni giorno sentire in fondo all'anima la carezza del passato: era come un bell'incasso.
Federigo Tozzi, Con gli occhi chiusi (1913)
Il mio più lontano ricordo è intinto di rosso. In braccio a una ragazza esco da una porta, davanti a me il pavimento è rosso e sulla sinistra scende una scala pure rossa. Di fronte a noi, sul nostro stesso piano, si apre una porta e ne esce un uomo sorridente che mi si fa incontro con aria gentile. Mi viene molto vicino, si ferma e mi dice: « Mostrami la lingua!». Io tiro fuori la lingua, lui affonda una mano in tasca, ne estrae un coltellino a serramanico, lo apre e con la lama mi sfiora la lingua. Dice: «Adesso gli tagliamo la lingua». Io non oso ritirarla, l'uomo si fa sempre più vicino, ora toccherà la lingua con la lama. All'ultimo momento ritira la lama e dice: «Oggi no, domani». Richiude il coltellino con un colpo secco e se lo ficca in tasca. Ogni mattina usciamo dalla porta che dà sul rosso pianerottolo e subito compare l'uomo sorridente che esce dall'altra porta. So benissimo che cosa dirà e aspetto il suo ordine di mostrare la lingua. So che me la taglierà e il mio timore aumenta sempre più. Così comincia la giornata, e la cosa si ripete molte volte.
Elias Canetti, La lingua salvata (1977)
Era una di quelle domeniche di mezza estate in cui tutti se ne stanno seduti e continuano a ripetere: "Ho bevuto troppo ieri sera". Si poteva udire i parrocchiani che lo bisbigliavano all'uscita della chiesa, si poteva udirlo anche dalle labbra del parroco, mentre si infilava faticosamente la tonaca nel vestibolo, si poteva udirlo nei campi di golf e di tennis, e anche nella riserva per la protezione della fauna, dove il presidente della locale associazione ornitologica era in preda a una feroce emicrania.
John Cheever, Il nuotatore (1964)
Chiamo il nostro mondo Flatlandia, non perché sia così che lo chiamiamo noi, ma per renderne più chiara la natura a Voi, o Lettori beati, che avete la fortuna di abitare nello Spazio.
Immaginate un vasto foglio di carta su cui delle Linee Rette, dei Triangoli, dei Quadrati, dei Pentagoni, degli Esagoni e altre Figure geometriche, invece di restar ferme al lor posto, si muovano qua e là, liberamente, sulla superficie o dentro di essa, ma senza potersi sollevare e senza potervisi immergere, come delle ombre, insomma - consistenti, però, e dai contorni luminosi. Così facendo avrete un'idea abbastanza corretta del mio paese e dei miei compatrioti.
Edwin Abbott Abbott, Flatlandia (1881)
Un tizio senza mani si è presentato alla porta per vendermi una foto della mia casa. Se non era per gli uncini cromati, sembrava un uomo sulla cinquantina come ce ne sono tanti.
“Come ha fatto a perdere le mani?”, gli ho chiesto dopo che mi aveva detto cosa voleva.
“Quella è un’altra storia”, ha detto lui. “La vuole questa foto o no?”
“Si accomodi”, ho detto io. “Ho appena fatto il caffè”.
Avevo appena preparato anche della gelatina di frutta. Ma quello non gliel’ho detto.
Raymond Carver, "Mirino" in Di cosa parliamo quando parliamo d'amore (1982)
Uuuuhhh!!! Guardatemi sto morendo. La bufera mi ulula il de profundis nel portone e io ululo con lei. È fatta, sono fregato! Un delinquente col berretto sporco, il cuoco della mensa impiegati al Consiglio Centrale dell'Economia Nazionale, mi ha rovesciato addosso dell'acqua bollente e m'ha bruciato il fianco sinistro. Che mascalzone! E si che è anche un proletario. Signore, Dio mio, che dolore! Fino alle ossa mi ha trapassato quell'acqua bollente. E adesso ululo, ululo, ma forse che ululare serve?
Michail Afanas'evič Bulgakov, Cuore di cane (1925)
Nell’albergo c’erano novantasette agenti pubblicitari di New York e tenevano le linee interurbane talmente monopolizzate che la ragazza del 507 dovette attendere la sua chiamata fin quasi alle due e mezzo. Ma non rimase con le mani in mano. Lesse in una rivista femminile un articolo intitolato Il sesso: paradiso…o inferno. Lavò il pettine e la spazzola. Tolse la macchia dalla gonna del tailleur nocciola. Spostò il bottone sulla camicetta di Saks. Strappò due peli da poco spuntati alla superficie del neo. Quando finalmente la centralinista fece il numero della sua stanza, se ne stava seduta nel vano della finestra e aveva quasi finito di laccarsi le unghie della mano sinistra.
Jerome David Salinger, "Un giorno ideale per i pescibanana" in Nove racconti (1953)
Charlie Asher camminava sulla Terra come una formica sulla superficie dell'acqua, quasi temesse che il più piccolo passo falso potesse farlo andare a fondo, fino a essere risucchiato negli abissi sottostanti. Avendo la fortuna di possedere l'immaginazione tipica del maschio beta, passava gran parte della sua vita a lanciare occhiate furtive al futuro, così da poter individuare i modi in cui il mondo tramava la sua morte: la sua; quella di sua moglie, Rachel; e adesso anche quella della piccola Sophie, appena nata. Ma, nonostante le attenzioni, la paranoia e l'incessante inquietudine – dal momento in cui l'urina di Rachel aveva fatto comparire una lineetta azzurra sul bastoncino del test di gravidanza, fino al suo ricovero al St. Francis Memorial – la morte riuscì comunque a insinuarsi nelle loro vite.
Christopher Moore, Un lavoro sporco (2006)
Hai messo il piede sinistro sulla guida d'ottone, e con la spalla destra tenti invano di sbloccare il portello scorrevole. Sgusci nel varco facendo forza contro i bordi, poi, la tua valigia rivestita di cuoio granuloso d'un verde bottiglia molto scuro, la tua pur piccola valigia di uomo avvezzo ai lunghi viaggi, ecco che l'afferri per l'impugnatura appiccicosa, con dita che nonostante lo scarso peso sono già rosse.
Michel Butor, La modificazione (1957)
Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini - di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga -, e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d'Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l'ultima guerra. Ma l'impulso, la spinta a farlo veramente, li ebbi soltanto un anno fa, una domenica d'aprile del 1957.
Fu durante una delle solite gite di fine settimana. Distribuiti in una decina d'amici su due automobili, ci eravamo avviati lungo l'Aurelia subito dopo pranzo, senza una meta precisa.
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini (1962)
C'era questo cieco, un vecchio amico di mia moglie, che doveva arrivare per passare la notte da noi. Gli era appena morta la moglie. E così era andato a trovare i parenti di lei in Connecticut. Aveva chiamato mia moglie da casa loro. Avevano preso accordi. Sarebbe arrivato in treno, un viaggio di cinque ore, e mia moglie sarebbe andata a prenderlo alla stazione. Non l'aveva più visto da quando aveva lavorato per lui un'estate a Seattle, dieci anni prima. Comunque, lei e il cieco si erano tenuti in contatto. Registravano dei nastri e se li spedivano per posta avanti e indietro. Non è che fossi entusiasta di questa visita. Era un tizio che non conoscevo affatto. E il fatto che fosse cieco mi dava un po' di fastidio. L'idea che avevo della cecità me l'ero fatta al cinema. Nei film i ciechi si muovono lentamente e non ridono mai. A volte sono accompagnati dai cani-guida. Insomma, avere un cieco per casa non è che fosse proprio il primo dei miei pensieri.
Raymond Carver, Cattedrale (1983)
Fin da bambino, per tanti anni ho creduto che vivesse un altro Orhan, del tutto simile a me, un mio gemello, uno completamente uguale a me, in una strada di Istanbul, in un'altra casa simile alla nostra. Non mi ricordo dove e come ebbi per la prima volta questo pensiero. Molto probabilmente, il pensiero si era inciso dentro di me alla fine di un lungo processo, tessuto di incomprensioni, coincidenze, giochi e paure.
Orhan Pamuk, Istanbul (2003)
Una cosa era certa: la gattina bianca non c'entrava per niente; la colpa era tutta della gattina nera. Infatti, la gattina bianca nell'ultimo quarto d'ora si era lasciata lavare il musino dalla vecchia gatta (con una discreta dose di pazienza, tutto sommato); e questo vi dimostra che lei non ci aveva messo mano nel misfatto. Dinah usava questo sistema per lavare il muso alle sue gattine: prima bloccava la poverina afferrandola per le orecchie con una zampa, e poi con l'altra le strofinava tutto il muso, in contropelo, cominciando dal naso: e proprio in quel momento, come vi dicevo, stava strigliando di brutto la gattina bianca, che se ne stava lunga distesa tranquilla tranquilla, cercando di fare le fusa - evidentemente convinta che tutto era fatto per il suo bene.
Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)
Dovevano passare più di due mesi prima che Des Esseintes potesse immergersi nel silenzio e nella quiete della sua casa di Fontenay; più di due mesi che consumò ad andare su e giù per Parigi, a battere da un capo all'altro la città, in acquisti di ogni genere. Eppure non si poteva dire che non avesse preso le sue misure; a quante elucubrazioni non s'era abbandonato prima di affidare l'alloggio ai tappezzieri che glielo arredassero! Egli conosceva per lunga esperienza i colori che non mentiscono all'attesa e quelli che la eludono. Un tempo, quando riceveva donne in casa, s'era fatto fare un'alcova dove, tra mobiletti intagliati nel pallido legno del laurocanfora del Giappone, sotto una specie di padiglione rosa di raso indiano, le carni si coloravano dolcemente alla luce ammaestrata che setacciava la stoffa.
Joris-Karl Huysmans, A ritroso (1884)
Tre gabbiani svolazzano al di sopra dei rottami di casse, bucce d'arancia, torsoli di cavolo marciti che galleggiano tra le palizzate sgangherate; le ondate verdastre schiumano sotto la prora arrotondata del ferry che, in balia della marea, schiaccia e inghiotte l'acqua schiaffeggiata, scivola, e lento s'accosta al molo. Manovelle girano con stridor di catene: saracinesche si alzano, piedi scavalcano il vuoto, uomini e donne s'affollano per il tunnel di legno del pontile, urtati e spinti tra l'odor di letame come mele rotolate in un frantoio.
John Dos Passos, Manhattan Transfer (1925)
Mi piacciono quei pochi istanti che precedono le sette di sera quando con gli strofinacci della polvere e le pagine accartocciate del Nàrodni politika, la Politica Nazionale, pulisco i cilindri di vetro delle lampade, con un fiammifero stacco il nero degli stoppini sbruciacchiati, rimetto a posto i cappellini d'ottone, e alle sette in punto giunge quell'attimo stupendo in cui i macchinari della fabbrica di birra smettono di lavorare, e la dinamo che manda la corrente elettrica dovunque si accenda una lampadina, la dinamo comincerà a diminuire i giri, e con l'indebolirsi della corrente si indebolirà anche la luce delle lampadine, da bianca che era si fa rosa, e da rosa grigia, filtrata attraverso la garza e l'organzino, fino a che i fili di tungsteno non mostreranno accanto al soffitto rossi ditini rachitici, una rossa chiave di violino.
Bohumil Hrabal, La tonsura (1976)
L'amicizia è una trovata di Dio per farsi perdonare l'istituto della famiglia.
Jay McInerney, L'ultimo dei Savage (1997)
Mi trovavo nei pressi di uno di quei casamenti della Central Avenue non ancora completamente invasi dai negri. Ero appena uscito da un negozietto di barbiere dove, secondo un'agenzia, avrebbe dovuto trovarsi un certo Dimitrios Aleidis, lavorante barbiere. La moglie di Dimitrios Aleidis aveva dichiarato d'essere disposta a spendere qualche soldo perché lui tornasse a casa.
Non lo trovai mai. Del resto dalla signora Aleidis non ebbi mai un quattrino.
Raymond Chandler, Addio, mia amata (1940)
Mi pento delle diete, dei piatti prelibati rifiutati per vanità, come mi rammarico di tutte le occasioni di fare l'amore che ho lasciato correre per occuparmi di lavoro in sospeso o per virtù puritana.
Isabel Allende, Afrodita (1997)
Quando lo vidi per la prima volta, Terry Lennox era ubriaco in una Rolls Royce fuori serie, di fronte alla terrazza del "Dancers". Il custode del parcheggio aveva portato fuori la macchina e continuava a tenere lo sportello aperto perché Terry Lennox faceva penzolare il piede sinistro come se avesse dimenticato di possederlo. Aveva un volto giovanile, ma i capelli di un bianco calcinato. Bastava guardarlo negli occhi per capire ch'era saturo d'alcool fino alla radice dei capelli, ma per il resto aveva l'aria di un qualsiasi simpatico giovanotto in abito da sera che si fosse lasciato vuotare il portafogli in un locale esistente solo a tale scopo.
Gli sedeva accanto una giovane donna. Una donna dalla chioma d'una bella sfumatura tizianesca, dal sorriso remoto sulle labbra; le fasciava le spalle un mantello di visone azzurro che quasi faceva sembrare la Rolls Royce un'automobile come tutte le altre. Quasi, ma non del tutto. Nulla può riuscirvi.
Raymond Chandler, Il lungo addio (1955)
Ogni giorno un vecchio di campagna usciva di casa con la falce e un carrettino. In tasca aveva la pipa con la borsa del tabacco, un astuccio fatto con un pezzo di bambù per i fiammiferi e un coltello ricurvo molto tagliente. Appeso alla cintura aveva un corno di bue, immersa nell'acqua dentro il corno la pietra per affilare la falce. Come tutti i contadini aveva molto da fare l'estate: falciare lungo i ruscelli, preparare i bordi dei prati prima che arrivasse la motofalce, pulire dalle ortiche e dall'erba grassa la terra sotto le viti, spargere il fieno al sole o raccoglierlo in mucchi, caricarlo con la forca sul carrettino e portarlo a casa. Ma poiché era molto vecchio si fermava spesso, si sedeva per terra e fumava.
Goffredo Parise, Bellezza in Sillabari (1972-1982)
Tom sbirciò alle sue spalle e scorse l'uomo che lo seguiva uscire dietro di lui dal Green Cage. Accelerò il passo, ma non c'era ombra di dubbio. L'uomo era proprio alle sue calcagna. Tom lo aveva notato cinque minuti prima mentre questi lo osservava con insistenza da un altro tavolo, come se non fosse proprio del tutto sicuro, ma quasi. A Tom, però, era sembrato sicuro abbastanza da indurlo a bere d'un fiato il suo drink, pagare in gran fretta e lasciare il locale.
Patricia Highsmith, Il talento di Mr. Ripley (1956)
Fu un amore a prima vista.
La prima volta che Yossarian vide il cappellano, si innamorò pazzamente di lui.
Yossarian si trovava all'ospedale con un male al fegato, che mancava poco fosse itterizia. I dottori erano perplessi per il fatto che non si trattava di vera e propria itterizia. Se diventava itterizia, potevano curarlo. Se non diventava itterizia e spariva, allora potevano dimetterlo. Ma quell'essere continuamente sul punto di diventare itterizia li rendeva perplessi.
Joseph Heller, Comma 22 (1961)
Una mattina, presentandosi al lavoro, l’elettroinstallatore Josef Bloch, che era stato un portiere di qualche fama, venne informato del suo licenziamento. Bloch, almeno, interpretò come un’informazione di questo tenore il fatto che, al suo apparire sulla porta della baracca in cui sostavano gli operai, soltanto il capomastro sollevasse gli occhi dalla colazione, e abbandonò il cantiere.
Peter Handke, Prima del calcio di rigore (1970)
Nel 1913, quando Anthony Patch aveva venticinque anni, erano già passati due anni dal momento in cui l'ironia, lo Spirito Santo di questi ultimi tempi, era, almeno teoricamente, calata su di lui. L'ironia era l'ultimo tocco alla lustratura di scarpe, l'ultima carezza della spazzola dei vestiti, una specie di "Ecco!" intellettuale: tuttavia sul limitare di questa storia egli non è ancora andato oltre lo stadio della consapevolezza.
Francis Scott Fitzgerald, Belli e dannati (1922)




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