Archivio Marzo 2009

annotato da ulrico (31/03/2009 - 14:02)

Jack KerouacJack Kerouac

annotato da ulrico (30/03/2009 - 14:18)

Io mi domando perché diavolo tutti hanno tanta smania di arrivare! Vorrei trovare qualcuno che avesse voglia di naufragare. Non c’è che questo di sublime.
John Dos Passos, Manhattan Transfer (1925)

annotato da ulrico (27/03/2009 - 15:42)

Ogni mattina, la mia vicina canta senza le parole mentre sposta i mobili. Ho l'impressione di essere dietro a un grammofono. La sua voce è attutita dalle pareti. Spesso la incrocio nelle scale. Fa la lattaia. Alle nove torna per riordinare la casa. Il feltro delle sue pantofole è macchiato da gocce di latte. Mi piacciono le donne in pantofole: le gambe hanno l'aria più indifesa. In estate le si vedono le mammelle e le spalline della sottoveste, sotto la camicetta. Le ho detto che l'amavo. Lei ha riso, sicuramente perché non ho un bell'aspetto e sono povero. Preferisce gli uomini che portano un'uniforme. L'hanno vista: aveva una mano sotto il cinturone di una guardia repubblicana.
Emmanuel  Bove, I miei amici (1924)

annotato da ulrico (26/03/2009 - 14:33)

Il buon Kamil si accigliò, impallidì e gli occhi si riempirono di pianto ma lo Shaykh alzò le spalle indifferente e continuando a fissare il soffitto proseguì:
Chi muore d'amore, di pena se ne muore
senza di questo non c'è alcun bene nell'amore.
Infine si stropicciò le mani soffiandovi sopra e concluse:
"Signore e giudice di ogni cosa, concedici la misericordia dei santi. Signore, che io possa essere paziente, non ha forse ogni cosa la sua fine? Sì, ogni cosa ha la sua fine, che in inglese si dice end e si scrive e.n.d.".

Naguib Mahfouz, Vicolo del Mortaio (1947)

annotato da ulrico (25/03/2009 - 15:17)

Glenn non ha mai suonato una nota senza accompagnarsi con il canto, pensai, non è mai esistito un altro pianista con questa abitudine. Della sua malattia polmonare parlava come se fosse la sua seconda arte. Nello stesso periodo abbiamo avuto la stessa malattia che poi ci è rimasta, pensai, e ultimamente anche Wertheimer si è ammalato della nostra malattia. Ma Glenn non si è rovinato a causa di questa malattia polmonare, pensai. Ciò che lo ha ucciso è l’assenza di vie d’uscita in cui lui stesso si è cacciato suonando per quasi quarant’anni, pensai. Lui naturalmente non ha smesso di suonare il pianoforte, pensai, mentre io e Wertheimer abbiamo smesso di suonare il pianoforte in quanto non lo abbiamo trasformato in una mostruosità come Glenn., che da questa mostruosità non si è più tirato fuori non avendo mai avuto la voglia, in effetti, di tirarsi fuori da questa mostruosità.
Thomas Bernhard, Il soccombente (1983)

annotato da ulrico (24/03/2009 - 15:04)

Mercoledì, quando sei entrato in sala da pranzo per metterti a tavola (attraverso la finestra brillavano gli splendidi viticci del fregio del Pantheon, illuminati da un raggio di bianco sole novembrino che si è presto velato), quando hai visto i tuoi quattro figli in piedi dietro le rispettive sedie, impalati, beffardi, quando hai notato sul suo viso, sulle sue labbra in ombra, quel sorriso trionfante, hai avuto la sensazione che si fossero messi tutti d’accordo per tenderti una trappola, che quei regali sul tuo piatto fossero un’esca, che tutto quel banchetto fosse stato accuratamente preparato per sedurti, tutto combinato per persuaderti fino in fondo d’essere ormai un uomo anziano, ligio, ammansito, quando in realtà ti si era appena offerta una vita ben diversa, la vita che ancora riuscivi a concederti solo nei tuoi pochi giorni romani, l’altra vita di cui quella lì, quella dell’appartamento parigino, non era che l’ombra, ed è per questo che, aggrappandoti alla prudenza nonostante l’irritazione, ti sei impegnato a stare al loro gioco, riuscendo a mostrarti quasi allegro,  complimentandoti per le loro scelte, soffiando coscienziosamente sulle quarantacinque candeline, ma decisissimo a mettere fine quanto prima a quell’impostura ormai continua, a quel malinteso così radicato.
Michel Butor, La modificazione (1957)

annotato da ulrico (23/03/2009 - 15:11)

Don Giovanni, quinto del nome nella successione dei re, andrà questa notte in camera di sua moglie, donna Maria Anna Giuseppa, che è giunta da più di due anni dall'Austria per dare infanti alla corona portoghese e fino a oggi non ce l'ha fatta a ingravidare. Già si mormora a corte, dentro e fuori del palazzo, che la regina probabilmente ha il grembo sterile, insinuazione molto ben difesa da orecchie e bocche delatrici e che solo fra intimi si confida. Che la colpa ricada sul re, neppure pensarlo, primo perché la sterilità non è male degli uomini, ma delle donne e per questo tante volte sono ripudiate, e secondo, tangibil prova, se pur fosse necessaria, perché abbondano nel regno bastardi del real seme e anche ora la fila gira l'angolo.
José Saramago, Memoriale del Convento (1982)

annotato da ulrico (20/03/2009 - 16:38)

C’era soltanto un comma e quello era il Comma 22, il quale precisava che la preoccupazione per la propria salvezza di fronte a pericoli che fossero reali e immediati era la reazione normale di una mente razionale. Orr era pazzo e avrebbe potuto essere esonerato dal volo. Tutto quello che doveva fare era di farne domanda; e non appena ne avesse fatto domanda, non sarebbe più stato pazzo e avrebbe dovuto continuare a volare. Orr sarebbe stato pazzo se avesse compiuto altre missioni di volo e sano di mente se non lo avesse fatto, ma se fosse stato sano di mente avrebbe dovuto compiere altre missioni di volo. Se volava era pazzo e non doveva più volare; ma se non voleva più volare era sano di mente e doveva volare. Yossarian fu molto impressionato per l’assoluta semplicità di questa clausola del Comma 22 e si lasciò sfuggire un fischio pieno di rispetto.
Joseph Heller, Comma 22 (1963)

annotato da ulrico (19/03/2009 - 16:15)

La personalità romantica è pervasa di sottile sfiducia nell'ntellettualismo, e questo sentimento sfocia di frequente in quell'atto immorale che va sotto il nome di sogno a occhi aperti. Contrariamente a quanto si crede, il sognare a occhi aperti non è un processo intellettuale, ma piuttosto un mezzo di evasione dall'intellettualismo.
Yukio Mishima, Confessioni di una maschera (1947)

annotato da ulrico (18/03/2009 - 15:13)

... ho sempre ascoltato volentieri la gente che parla di sé, questa inclinazione apparentemente mite e passiva è in me molto forte, talmente forte da costituire la mia idea più intima della vita. Morto, sarò, quando non ascolterò più ciò che un uomo mi racconta di sé stesso.
Elias Canetti,  Il frutto del fuoco (1980)

annotato da ulrico (17/03/2009 - 12:16)

Nil sapientiae odiosius acumine nimio
(Nulla nuoce maggiormente alla sapienza quanto l’eccesso d’intelligenza)

Lucius Annaeus Seneca, in esergo di: Edgar Allan Poe, La lettera rubata (1845)

annotato da ulrico (16/03/2009 - 14:04)

Ma più spesso ce ne andavamo in giro da soli. Sui quais della Senna, Sartre mi comprava dei Pardaillan e dei Fantomas, ch’egli preferiva di gran lunga alla Corrispondenza di Rivière e Fournier; la sera mi portava a vedere dei film di cow-boys, per i quali m’era nata una passione di neofita, perché ero versata soprattutto al cinema astratto o in quello d’arte. Parlavamo per ore, nelle terrazze dei caffè, o bevendo cocktails al Falstaff.
Simone de Beauvoir, Memorie di una ragazza perbene (1958)

annotato da ulrico (13/03/2009 - 16:57)

…e la poesia è certo una crisi, forse l’unica crisi che possiamo mettere in moto con i nostri propri mezzi.
J.D. Salinger, Alzate l'architrave, carpentieri e Seymour. Introduzione  (1963)

annotato da ulrico (12/03/2009 - 15:36)

Kurt Vonnegut Kurt Vonnegut

annotato da ulrico (11/03/2009 - 16:12)

Se mi sento colpevole, credo, è perché l'ho lasciato sognare quando io non sognavo nemmeno tanto così. Cercavo solo di guadagnare tempo per migliorarmi un po': sapevo benissimo che non sarei mai diventata una diva del cinema. È troppo difficile e, se si è intelligenti, troppo imbarazzante. I miei complessi d'inferiorità non sono abbastanza inferiori; si pensa che essere una diva del cinema e avere un ego bello, grande e grosso siano tutt'uno: invece è essenziale non avere affatto ego. Non voglio dire che non mi interessi diventare ricca e celebre. Sono cose che ho in programma e un giorno o l'altro cercherò di raggiungerle; ma, se dovesse accadere, il mio ego me lo voglio portare ancora appresso. Voglio essere ancora io quando mi sveglierò una bella mattina e andrò a fare la prima colazione da Tiffany.
Truman Capote, Colazione da Tiffany (1958)

annotato da ulrico (10/03/2009 - 14:40)

Anche se ero così ingenua e sprovveduta, dicono, avevo fatto presto a capire - quando gli altri si cullavano ancora nelle illusioni - avevo già capito come sarebbe andata a finire, qui da noi.
Ingo Schulze, Semplici storie (1998)

annotato da ulrico (09/03/2009 - 10:07)

- Già, così si dice… ma ci sono momenti, Friederike, in cui non c’è conforto e, Dio mi perdoni, si comincia a dubitare della giustizia, della bontà… di tutto. La vita, voi sapete, frantuma tante cose nel nostro cuore, delude tante volte la nostra fede… Rivedersi?… fosse vero!…
In quella, Sesemi Weichbrodt si rizzò quanto poté. Si resse in punta di piedi, allungò il collo, batté sulla tavola, mentre la cuffia le tremava sulla testa.
- È vero! - disse con tutta la sua energia: e guardò le presenti in aria di sfida.
E così stette, vittoriosa nella buona battaglia sostenuta in tutta la vita contro gli assalti del suo raziocinio di maestra: gobba, minuscola, vibrante di convinzione, come una piccola veggente, tutta entusiasmo e rampogna.

Thomas Mann, I Buddenbrook (1901)

annotato da ulrico (04/03/2009 - 11:56)

Sopra le ali di pollo fumanti c’è appeso un cartoncino scritto a mano che dice: “La vita è quello che ti succede mentre pensi ad altro”.
Sam Shepard, Il cartello in "Il grande sogno" (2002)

annotato da ulrico (03/03/2009 - 13:29)

Un'altra cosa che lo deprimeva della retorica era la sua normativa, che in teoria era stata eliminata ma in pratica circolava ancora: niente errori di ortografia, di punteggiatura, di grammatica. centinaia di regole petulanti per gente petulante. Nessuno avrebbe potuto ricordarsi tutta quella roba e allo stesso tempo concentrarsi su quello che stava scrivendo. Non era che un manuale di galateo, ispirato non a un senso di gentilezza, di decoro o di umanità, ma fondamentalmente al narcisistico desiderio di far la figura dei signori. I signori e le signore conoscono le regole del galateo e parlano e scrivono senza errori di grammatica. Non sono forse questi i segni distintivi dell'alta borghesia?
Robert M. Pirsig, Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta (1974)

annotato da ulrico (02/03/2009 - 12:37)

Se sono matto, per me va benissimo, pensò Moses Herzog. C'era della gente che pensava che fosse toccato, e per qualche tempo persino lui l'aveva dubitato. Ma adesso, benché continuasse a comportarsi in maniera un po' stramba, si sentiva pieno di fiducia, allegro, lucido e forte. Gli pareva d'essere stregato, e scriveva lettere alla gente più impensata. Era talmente infatuato da quella corrispondenza, che dalla fine di giugno, dovunque andasse, si trascinava dietro una valigia piena di carte. Se l'era portata, quella valigia, da New York a Martha's Vineyard. Ma da Martha's Vineyard era riscappato indietro subito; due giorni dopo aveva preso l'aereo per Chicago, e da Chicago era filato in un paesino del Massachussets occidentale. Lì, nascosto in mezzo alla campagna, scriveva a più non posso, freneticamente, ai giornali, agli uomini pubblici, ad amici e parenti e finì per scrivere pure ai morti, prima ai suoi morti e poi anche ai morti famosi.
Saul Bellow, Herzog (1964)

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