Archivio Marzo 2008

annotato da ulrico (31/03/2008 - 13:45)

E feci più o meno la stessa cosa ogni volta che mi tornavano in mente: sigillavo il cervello. C’erano tristezze che riuscivo a sopportare, quelle legate agli uomini. Poi ce n’erano altre – legate ai figli – che non potevo reggere.
Alice Munro, Nemico, amico, amante... (2003)

annotato da ulrico (28/03/2008 - 12:04)

Mai come oggi ho provato così forte la sensazione d’essere senza dimensioni segrete, limitato al mio corpo, ai pensieri lievi che ad esso affiorano come bolle. Costruisco i miei ricordi col mio presente. Sono respinto, abbandonato nel presente. Il passato tenta invano di raggiungerlo: non posso sfuggire a me stesso.
Jean-Paul Sartre, La nausea (1938)

annotato da ulrico (27/03/2008 - 15:41)

"Oh, Jake" Brett disse. "Noi due saremmo stati bene assieme."
Di fronte a noi su una pedana, un poliziotto in kaki dirigeva il traffico. Alzò la sua mazza. La macchina improvvisamente rallentò, spingendo Brett contro di me. "Già" dissi io, "non è bello pensare così?"

Ernest Hemingway, Fiesta (Il sole sorgerà ancora) (1926)

annotato da ulrico (26/03/2008 - 15:37)

Ci sono i fatti. Quando tu, comunque, hai agito, anche senza che ti sentissi e ti ritrovassi, dopo, negli atti compiuti; quello che hai fatto resta, come una prigione per te. E come spire e tentacoli t’avviluppano le conseguenze delle tue azioni.
Luigi Pirandello, La Carriola (1928)

annotato da ulrico (25/03/2008 - 12:25)

Può essere che l’idea dello stile sia più importante di quella della bellezza.
Eric Rohmer, "La collezionista" in Sei racconti morali (1974)

annotato da ulrico (21/03/2008 - 10:26)

Nell’albergo c’erano novantasette agenti pubblicitari di New York e tenevano le linee interurbane talmente monopolizzate che la ragazza del 507 dovette attendere la sua chiamata fin quasi alle due e mezzo. Ma non rimase con le mani in mano. Lesse in una rivista femminile un articolo intitolato Il sesso: paradiso…o inferno. Lavò il pettine e la spazzola. Tolse la macchia dalla gonna del tailleur nocciola. Spostò il bottone sulla camicetta di Saks. Strappò due peli da poco spuntati alla superficie del neo. Quando finalmente la centralinista fece il numero della sua stanza, se ne stava seduta nel vano della finestra e aveva quasi finito di laccarsi le unghie della mano sinistra.
Jerome David Salinger, "Un giorno ideale per i pescibanana" in Nove racconti (1953)

annotato da ulrico (20/03/2008 - 14:33)

Vivere dentro il Sistema è come attraversare la campagna su un autobus guidato da un maniaco con tendenze suicide.
Thomas Pynchon, L'arcobaleno della gravità, (1973)

annotato da ulrico (19/03/2008 - 15:14)

Lo sforzo per l’occidentalizzazione mi è parso sempre trarre origine, più che dal desiderio di modernizzazione, dalla voglia di liberarsi degli oggetti carichi di tristi e dolorosi ricordi rimasti fra le rovine di quel mondo, proprio come si buttano via gli abiti, i gioielli, gli oggetti e le struggenti fotografie di una persona amata morta all’improvviso.
Orhan Pamuk, Istanbul (2003)

annotato da ulrico (18/03/2008 - 14:08)

I cattivi hanno sicuramente capito qualcosa che i buoni ignorano.
Woody Allen in esergo di: Daniel Pennac, Il paradiso degli orchi (1985)

annotato da ulrico (17/03/2008 - 10:16)

Dopo esserci informati del nostro rispettivo stato di salute, abbiamo fatto qualche passo in silenzio, poi gli ho fatto notare che il tempo era bellissimo. Molto fresco, ma secco. Un sole sfolgorante. Non poteva contestarlo. Ho suggerito una passeggiata a piedi, non si è opposto. Gli ho lasciato proporre varie mete. Merrion Square? Poco interessante. Saint Stephen's Green? Non mi piace. Rutland Square? La vicinanza dell'ospedale mi rattrista. Moutjoy Square? Troppo lontano. Lungo la Liffey? Troppo traffico. Aveva l'aria malinconica, non gli veniva in mente altro. Per fortuna ho avuto io l'idea: "E se andassimo a Phoenix Park?" ho esclamato.
Raymond Queneau, Il diario intimo di Sally Mara (1962)

annotato da ulrico (14/03/2008 - 12:50)

Si dice che è soltanto quando si rimane bloccati che si impara veramente; allora, invece di ampliare i rami di quello che già si conosce, bisogna fermarsi e lasciarsi andare alla deriva finché non ci si imbatte in qualcosa che consenta di ampliare le radici. E’ un fenomeno noto a tutti. Credo che lo stesso valga nel caso di un’intera civiltà: viene il momento in cui è necessario ampliare le radici.
Robert M. Pirsig, Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta (1974)

annotato da ulrico (13/03/2008 - 12:48)

Isabel AllendeIsabel Allende

annotato da ulrico (12/03/2008 - 15:17)

Potevo spiegare a qualcuno che quel che cercavo era soltanto di vedere quello che avevo già visto?
Cesare Pavese, La luna e i falò (1949)

annotato da ulrico (11/03/2008 - 15:36)

D’altra parte Jayne si ostinava a non capire che le feste erano il mio ambiente di lavoro. Erano il mio mercato, il mio campo di battaglia, dove stringere amicizie, incontrare amanti, concludere affari. Le feste sembravano qualcosa di frivolo e casuale e privo di forma, ma in realtà erano eventi con trame intricate e coreografie di prim’ordine. Nel mondo in cui ero cresciuto, le feste erano la superficie su cui si svolgeva la vita quotidiana. Quando avevo cercato di spiegarlo seriamente a Jayne, lei mi aveva fissato come se fossi diventato all’improvviso un idiota.
Breat Easton Ellis, Lunar Park (2005)

annotato da ulrico (10/03/2008 - 12:17)

Gli occhi di Philip erano fissi sul campanile di Airolo. Ma vedeva invece il bel mito di Endimione. Questa donna era una dea fino alla fine. Nessun amore poteva degradarla: lei rimaneva al di fuori di ogni degradazione. Questo episodio, che lei considerava così sordido, e che era tanto tragico per lui, rimaneva supremamente bello. Egli s'era innalzato a tale altezza, che senza rimpianto ora le avrebbe potuto dire che anche lui l'adorava. Ma a che cosa serviva dirglielo? Poiché tutte le cose meravigliose erano già accadute.
«Grazie,» fu tutto quello che si permise di dire. «Grazie di tutto.»
Lei lo guardò con grande amicizia, perché le aveva reso la vita sopportabile. In quel momento il treno entrò nella galleria del San Gottardo. S'affrettarono a rientrare nello scompartimento e a chiudere il finestrino, perché i carboncini non entrassero negli occhi di Harriet.

Edward Morgan Forster, Casa Howard (1910)

annotato da ulrico (07/03/2008 - 16:04)

è impossibile comunicare la viva sensazione di una data epoca della propria esistenza - ciò che ne costituisce la realtà, il significato vero - la sottile e penetrante essenza. E' impossibile. Viviamo come sogniamo - soli.
Joseph Conrad, Cuore di tenebra (1899)

annotato da ulrico (06/03/2008 - 14:54)

La storia della mia vita non esiste. Proprio non esiste. Non c' è mai un centro non c' è un percorso una linea. Ci sono vaste zone dove sembra che ci fosse qualcuno ma non è vero non c' era nessuno.
Marguerite Duras, L'amante (1984)

annotato da ulrico (05/03/2008 - 14:03)

Charlie Asher camminava sulla Terra come una formica sulla superficie dell'acqua, quasi temesse che il più piccolo passo falso potesse farlo andare a fondo, fino a essere risucchiato negli abissi sottostanti. Avendo la fortuna di possedere l'immaginazione tipica del maschio beta, passava gran parte della sua vita a lanciare occhiate furtive al futuro, così da poter individuare i modi in cui il mondo tramava la sua morte: la sua; quella di sua moglie, Rachel; e adesso anche quella della piccola Sophie, appena nata. Ma, nonostante le attenzioni, la paranoia e l'incessante inquietudine – dal momento in cui l'urina di Rachel aveva fatto comparire una lineetta azzurra sul bastoncino del test di gravidanza, fino al suo ricovero al St. Francis Memorial – la morte riuscì comunque a insinuarsi nelle loro vite.
Christopher Moore, Un lavoro sporco (2006)

annotato da ulrico (04/03/2008 - 14:38)

Salendo le scale della mia vecchia tana, trovai Bartleby che sedeva sulla ringhiera del pianerottolo.
"Cosa fate qui Bartleby?" Dissi.
"Seggo sulla ringhiera" Rispose mansueto.

Herman Melville, Bartleby lo scrivano (1853)

annotato da ulrico (03/03/2008 - 16:21)

Ti veniva sempre una gran fame a Parigi quando non mangiavi abbastanza, perché in tutte le vetrine delle panetterie si vedevano cose squisite e la gente mangiava fuori, seduta ai tavoli all'aperto.
Ernest Hemingway, Festa mobile (1964)

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