Archivio Settembre 2006

annotato da ulrico (29/09/2006 - 15:41)

Mi sento sempre attratto dai posti dove sono vissuto, le case e i loro dintorni. Per esempio, nella Settantesima Est c'è un edificio di pietra grigia dove, al principio della guerra, ho avuto il mio primo appartamento newyorchese. Era una stanza sola affollata di mobili di scarto, un divano e alcune poltrone paffute, ricoperte di quel particolare velluto rosso e pruriginoso che ricolleghiamo alle giornate d'afa in treno. Le pareti erano a stucco, di un colore che ricordava uno sputo tabaccoso. Dappertutto, perfino in bagno, c'erano stampe di rovine romane, molto vecchie e tempestate di puntolini scuri. L'unica finestra dava sulla scala di sicurezza. Ma, anche così, mi si rialzava il morale ogni volta che mi sentivo in tasca la chiave del mio appartamento; per triste che fosse, era un posto mio, il primo, e lì c'erano i miei libri, i barattoli pieni di matite da temperare, tutto quello che mi occorreva (o così almeno pensavo) per diventare lo scrittore che volevo diventare.
Truman Capote, Colazione da Tiffany (1958)

annotato da ulrico (28/09/2006 - 16:13)

Tutto il dolore, tutta la sua attesa vuota veniva a racchiudersi in un tempo carico di significato e si risolveva nella più preziosa delle conclusioni pensabili.
Ian McEwan, Bambini nel tempo (1987)

annotato da ulrico (27/09/2006 - 15:35)

Dando troppa importanza alle buone azioni, si finisce col rendere un omaggio indiretto al male: allora, infatti, si lascia supporre che le buone azioni non hanno pregio che in quanto sono rare e che la malvagità e l'indifferenza determinano assai frequentemente le azioni degli uomini.
Albert Camus, La peste (1947)

annotato da ulrico (26/09/2006 - 16:12)

Tutto quello che so è che sto diventando matta. Sono stufa di tutti questi ego, ego, ego. Del mio e di quello di tutti gli altri. Sono stufa della gente che vuole arrivare, fare qualcosa di notevole eccetera, essere un tipo interessante. È disgustoso, disgustoso e basta. Me ne infischio di quello che dicono.
J.D. Salinger, Franny e Zooey (1961)

annotato da ulrico (22/09/2006 - 12:43)

Io non credo nella nostalgia di nessuno all'infuori della mia. La nostalgia è prodotto di insoddisfazione e rabbia. E' un regolamento di conti tra il presente e il passato. Più forte è più si arriva alla violenza. La guerra è la forma assunta dalla nostalgia quando gli uomini sono forzati a dire qualcosa di bene del proprio paese.
Don DeLillo, Rumore bianco (1984)

annotato da ulrico (19/09/2006 - 15:52)

Un giorno di primavera, nell'ora di un tramonto straordinariamente caldo, a Mosca, agli stagni Patriarshie, apparvero due signori. Il primo, che indossava un completo estivo sul grigio, era di bassa statura, grasso, calvo, teneva in mano un dignitoso cappello, e sul suo viso ben rasato erano collocati degli occhiali di dimensioni spropositate con la montatura di corno nero. Il secondo - un giovanotto dalle spalle larghe e dai capelli rossicci e arruffati, con un berretto a scacchi appoggiato sulla nuca, - portava una camicia da cow-boy, dei pantaloni bianchi spiegazzati e sandali neri.
Michail Afanàs'evich Bulgakov, Il Maestro e Margherita (1940)

annotato da ulrico (18/09/2006 - 15:41)

Tu non avevi certo la sensazione di aver trovato l’anima gemella cui svelare, e della quale scrutare, ogni recondito pensiero, ammesso che Amanda ne avesse di pensieri: a volte ti assaliva qualche dubbio in proposito. Ma avevi finito con l’attribuire questi dubbi a un residuo di idealismo giovanile, di mancanza di realismo. Crescere significava proprio accettare il fatto che non si poteva avere tutto.
Jay McInerney, Le mille luci di New York (1984)

annotato da ulrico (15/09/2006 - 15:45)

Ma il guajo è che voi, caro mio, non saprete mai come si traduca in me quello che voi mi dite. Non avete parlato turco, no. Abbiamo usato, io e voi, la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sè, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, ne dirmele; e io, nell'accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto d'intenderci; non ci siamo intesi affatto.
Luigi Pirandello - Uno, Nessuno e Centomila (1925)

annotato da ulrico (12/09/2006 - 12:46)

Era un bene che non riuscisse a parlare. Non avrebbe dovuto mai più aprir la bocca. Libertà! Ancor più: Esemplarità! Sì, fondare un partito, o addirittura una religione: il partito dei muti, la religione del mutismo? No, restare così, da solo. Muto, libero, e finalmente, come si conviene, solo.
Peter Handke, In una notte buia uscii dalla mia casa silenziosa (1997)

annotato da ulrico (08/09/2006 - 14:15)

Maleducazione, irresponsabilità, doppiezza e stupidità sono le caratteristiche delle reali interazioni umane: la materia delle conversazioni, la causa di notti insonni.
Jonathan Franzen, Forse sognare: nell’era delle immagini, una ragione per scrivere romanzi (1996)

annotato da ulrico (07/09/2006 - 14:24)

Lo so come ti senti. E' come essere dietro un vetro, non puoi toccare niente di quello che vedi. Ho passato tre quarti della mia vita chiuso fuori, finchè ho capito che l'unico modo è romperlo. E se hai paura di farti male, prova a immaginarti di essere già vecchio e quasi morto.
Andrea De Carlo, Due di due (1989)

annotato da ulrico (06/09/2006 - 15:48)

È cosa nota e universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie. E benché poco sia dato sapere delle vere inclinazioni e dei proponimenti di chi per la prima volta venga a trovarsi in un ambiente sconosciuto, accade tuttavia che tale convinzione sia così saldamente radicata nelle menti dei suoi nuovi vicini da indurli a considerarlo fin da quel momento legittimo appannaggio dell'una o dell'altra delle loro figlie.
Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio (1813)

annotato da ulrico (05/09/2006 - 13:59)

Non so perché in tale circostanza mi venne di rimanere più che mai colpito da quella strana atmosfera di affabilità, di parentela, di vita di famiglia che costituisce per metà il tono di Venezia. Così senza strade, senza veicoli, senza strepito di ruote o impetuosità di cavalli, con le sue calli tortuose dove si formano capannelli di persone, dove le voci risuonano come nei corridoi di una casa, dove il passo umano si posa come a evitare gli spigoli del mobilio e le scarpe non si consumano mai, la città ha il carattere di un immenso appartamento collettivo, di cui piazza San Marco sia l'angolo più adorno ...
Henry James, Il carteggio Aspern (1888)

annotato da ulrico (04/09/2006 - 12:34)

Ci è voluto un po’ per capire una cosa che sarebbe dovuta essere evidente: e cioè che queste strade sono davvero diverse da quelle principali. Sono diversi il ritmo di vita e la personalità della gente, gente che non sta andando da nessuna parte e non è troppo indaffarata per essere cortese. Gente che sa tutto sul "qui" e sull’ "ora" delle cose. Sono gli altri, quelli che si sono trasferiti nelle città anni fa, è la loro prole perduta che l’ha dimenticato. Questa scoperta fu una vera rivelazione.
Mi sono chiesto come mai abbiamo avuto per tanto tempo la verità sotto gli occhi senza vederla. Forse eravamo allenati a non vederla, a pensare che il cuore dell’azione e dei fatti fosse la città e che altrove non ci fosse che noioso entroterra. Era una cosa sconcertante.

Robert M. Pirsig, Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta (1974)

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