Archivio Maggio 2006

annotato da ulrico (31/05/2006 - 18:06)

Smisi di correre quando raggiunsi la biblioteca. Era una succursale della Biblioteca Pubblica di Los Angeles. La signorina Hopkins era in servizio, i lunghi capelli biondi pettinati con cura. Sognavo sempre di metterci dentro il viso per sentirne il profumo. Avrei voluto sentirmeli fra le dita. Ma lei era così bella che a stento riuscivo a parlarci. Sorrise. Mi mancava il respiro e lanciai un'occhiata all'orologio.
John Fante, La strada per Los Angeles (1930)

annotato da ulrico (30/05/2006 - 18:15)

Non esiste alcun modo di stabilire quale decisione sia la migliore, perchè non esiste alcun termine di paragone. L' uomo vive ogni cosa subito per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza aver mai provato. Ma che valore può avere la vita se la prima prova è già la vita stessa? Per questo la vita somiglia sempre a uno schizzo. Ma nemmeno "schizzo" è la parola giusta, perchè uno schizzo è sempre un abbozzo di qualcosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro.
Milan Kundera, L' insostenibile leggerezza dell' essere (1984)

annotato da ulrico (25/05/2006 - 16:16)

Tra le passioni di Leni non ci sono soltanto le sue otto sigarette giornaliere, un appetito intenso, anche se necessariamente contenuto, l'esecuzione di due pezzi pianistici di Schubert, la contemplazione estatica della riproduzione degli organi umani, intestini compresi; non soltanto i pensieri affettuosi ch'essa dedica a suo figlio Lev, attualmente carcerato. Le piace anche ballare, è sempre stata una ballerina appassionata (cosa che in un'occasione le fu fatale, perchè è così che le si appiccicò per sempre il nome, per lei antipatico, di Pfeiffer). Ma una donna sola, di quarantotti anni, che i suoi vicini hanno intimamente destinata alla camera a gas, dove volete che vada a ballare?
Heinrich Böll, Foto di gruppo con signora (1971)

annotato da ulrico (23/05/2006 - 18:08)

Si svegliò, aprì gli occhi. La stanza gli diceva poco o niente, profondamente immerso com'era nel non-essere da cui era appena affiorato. Se l'energia di accertare la propria collocazione nel tempo e nello spazio gli mancava, gliene mancava anche il desiderio. Sapeva soltanto di esistere, d'avere attraversato vaste regioni per ritornare dal nulla; c'era, al centro della sua coscienza, la certezza di una tristezza finita e al tempo stesso rassicurante, poiché era la sola ad essergli familiare. Non aveva bisogno di ulteriore consolazione. Del tutto rilassato e a suo agio, giacque per un poco assolutamente immobile, poi scivolò in uno di quei sopori momentanei che spesso seguono a un sonno lungo e profondo.
Paul Bowles, Il tè nel deserto (1945)

annotato da ulrico (19/05/2006 - 17:27)

Ricordo che c'erano i libri di Joyce nella casa in cui ho vissuto da piccolo. Ricordo che frugavo gli scaffali dei miei genitori alla ricerca di qualcosa di vagamente pornografico o almeno erotico, e di essermi imbattuto invece in una copia di Ulisse, con i margini male allineati, e la vecchia copertina in brossura mezza strappata, le pagine ingiallite segnate da orecchie e con un vago odore di polvere e muffa.
Ricordo benissimo l'aspetto del libro, e il fatto che la parola "James" era esattamente della stessa misura della parola "Joyce" sulla copertina lacera. Le lettere di quel nome si profilavano minacciose, grandi, bianche e spesse. Il libro sembrava pesante e solido. Era spesso come la Bibbia e, come la Bibbia, sembrava irradiare un'energia quasi religiosa.

Joseph O'Connor, Il maschio irlandese in patria e all'estero (1996)

annotato da ulrico (17/05/2006 - 17:51)

Quando giunsero davanti a un automatico, c'era lì un uomo indaffarato a cambiare il liquido per lo sviluppo.  Il padre si chinò a guardare le foto esposte all'esterno dell'apparecchio: mostravano quattro volte di fila lo stesso uomo d'aspetto giovanile, col labbro superiore che scopriva i denti in un sorriso; in una delle foto compariva anche una ragazza. Il padre restò a considerare quel signore col liquido rivelatore, che ora chiudeva il cassone e si rizzava; poi come sorpreso, indicò le foto: "Ma quello è lei, non è vero?".
L'uomo era lì ritto accanto alle sue foto: nel frattempo era invecchiato, era diventato quasi calvo e sorrideva anche in un altro modo. Si limitò ad annuire. Il padre chiese notizie della ragazza, ma l'uomo fece solo un gesto con la mano, come si gettasse qualcosa dietro alle spalle, e si allontanò.
Si fecero fotografare e nell'attesa gironzolarono lì nei pressi; il padre si fermò davanti a varie cose. Quando tornarono all'automatico, stava giusto uscendo la striscia con le foto. La donna la prese, ma sulle foto c'era uno sconosciuto.

Peter Handke, La Donna Mancina (1976)

annotato da ulrico (15/05/2006 - 16:01)

Ormai si sentiva ateo. Bestemmiava, perchè non voleva avere i pregiudizi dei preti.
Federigo Tozzi, Con gli occhi chiusi (1913)

annotato da ulrico (12/05/2006 - 15:33)

"Volevo che tu imparassi una cosa da lei: volevo che tu vedessi che cosa è il vero coraggio, tu che credi che sia rappresentato da un uomo col fucile in mano. Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare egualmente e arrivare fino in fondo, qualsiasi cosa succeda. E’ raro vincere, in questi casi, ma qualche volta si vince. La signora Dubose ha vinto. E’ morta come voleva morire, senza esser schiava né degli uomini né delle cose. Era la persona più coraggiosa che io abbia conosciuto."
Jem raccolse la scatola dei dolci e la gettò nel fuoco. Raccolse la camelia da terra, e quando andai a letto vidi che ne sfiorava con le dita i larghi petali. Atticus leggeva il giornale.

Harper Lee, Il buio oltre la siepe (1960)

annotato da ulrico (10/05/2006 - 16:08)

Ora si sente come una pin-up invecchiata che scopre un ragazzino brufoloso masturbarsi sulle sue foto giovanili, spiare con libidine gli accoppiamenti carnali della sua gioventù.
Pier Vittorio Tondelli,  Camere separate (1989)

annotato da ulrico (09/05/2006 - 16:13)

Come avvocato matrimonialista mi occupo per lo più di epiloghi, sicché è sempre un sollievo, una specie di vacanza, visitare il reame dei prologhi. E se chiedo è anche perché mi è sempre piaciuto raccontare la mia, di storia - la nostra, dovrei dire -, una storia che mi ha sempre dato l'impressione di essere unica.
Jay McInerney, Com'è finita (2001)

annotato da ulrico (08/05/2006 - 15:58)

Perché ho fatto questo viaggio in Africa? La spiegazione non è semplice. Le mie cose andavano sempre peggio e a un certo punto erano diventate un viluppo inestricabile.
Se ripenso alla mia situazione all'età di cinquantacinque anni, quando comprai il biglietto, vedo solo dolore. I fatti mi si affollano addosso, sì che ne avverto l'oppressione sul petto. Irrompono in fretta disordinata: i miei genitori, le mie mogli, le mie ragazze, la mia fattoria, i miei animali, le mie abitudini, i miei soldi, le mie lezioni di musica, i miei denti, la mia faccia, l'anima mia! Ed io urlo: "No, no, via maledetti, lasciatemi stare!". Ma non possono lasciarmi stare. Fanno parte di me. Son cose mie. E mi si ammucchiano addosso da ogni parte. E ne viene il caos.

Saul Bellow, Il re della pioggia (1959)

annotato da ulrico (04/05/2006 - 15:30)

Per quanto una situazione sia disperata, c'è sempre una possibilità di soluzione. Quando tutto attorno è buio non c'è altro da fare che aspettare tranquilli che gli occhi si abituino all'oscurità.
Haruki Murakami, Tokyo Blues-Norwegian Wood (1987)

annotato da ulrico (02/05/2006 - 16:28)

Sotto Voce, un ospite maschio che rimane ai bordi della cerimonia, bisbiglia al tizio che gli sta accanto: "Non mi interessano queste cose. Quello che mi interessa è trovare una donna che mi odi, e darle una casa". E l’altro gli dice, mentre lo sposo bacia la sposa: "Le donne sono tutte psicotiche. Gli uomini sono tutti coglioni".
Kurt Vonnegut, Cronosisma (1997)

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