Archivio Aprile 2006

annotato da ulrico (28/04/2006 - 16:50)

Come può dirvi chiunque, non sono un tipo molto gradevole. Non so nemmeno cosa voglia dire. Ho sempre ammirato i cattivi, i fuorilegge, i figli di puttana. Non mi piacciono gli uomini perfettamente rasati, con la caravatta e un buon lavoro. Mi piacciono gli uomini disperati, con i denti rotti, il cervello a pezzi e una vita da schifo. Sono loro che mi interessano. Sono pieni di sorprese. Ho anche un debole per le donnacce, quelle che si ubriacano e bestemmiano, che hanno le calze molli e il trucco sbavato. Mi interessano di più i pervertiti dei santi. Mi rilasso con gli scoppiati perchè anch'io sono uno scoppiato.
Non mi vanno le leggi, la morale, la religione, le regole.
Non mi va di essere plasmato dalla società.

Charles Bukowski, A sud di nessuno nord (1973)

annotato da ulrico (26/04/2006 - 15:37)

Adesso che son qui, ad analizzarmi, sono colto da un dubbio: che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità ? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l’uomo ideale e forte che m’aspettavo ? Forse fu tale dubbio che rilegò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente.
Italo Svevo, La coscienza di Zeno (1923)

annotato da ulrico (24/04/2006 - 15:57)

Ognuno deve lasciarsi dietro qualcosa quando muore, diceva sempre mio nonno: un bimbo o un libro o un quadro o una casa o un muro eretto con le proprie mani o un paio di scarpe cucite da noi. O un giardino piantato col nostro sudore. Qualche cosa insomma che la nostra mano abbia toccato in modo che la nostra anima abbia dove andare quando moriamo, e quando la gente guarderà l’albero o il fiore che abbiamo piantato, noi saremo là.
Ray Bradbury, Fahrenheit 451 (1951)

annotato da ulrico (20/04/2006 - 15:31)

Tutto questo paesaggio periferico, immerso nel frastuono dei veicoli che sembravano essersi riuniti qui da tutte le direzioni del mondo, gli appariva confortevole come quel paese di confine dei sogni, dove uno poteva sostare, a differenza di qualsiasi altra parte nell'interno del paese. Sentiva il desiderio di dimorare in una di quelle baracche sparse, con un giardino posteriore che dava direttamente sulla steppa, oppure lì sopra il deposito, dove un paralume appena acceso, diffondeva un riflesso giallo. Matite; un tavolo; una sedia. Dalle zone periferiche emanavano freschezza e forza, come in una perenne epoca di pionieri
Peter Handke, Pomeriggio di uno scrittore (1987)

annotato da ulrico (19/04/2006 - 15:38)

Julian ha passato il pomeriggio in modo molto vario: costruendo una frusta, poi un arco e delle frecce, e giocando a sciangai contro se stesso. Non credo fosse trascorsa un'ora dal pranzo, quando ha cominciato ad assillarmi perché gli dessi qualcosa da mangiare, anche se aveva abbondantemente pranzato con riso e fagiolini. Gli ho concesso una fetta di pane a metà pomeriggio, ma un'ora dopo ha cominciato a chiederne ancora, gridando a pieni polmoni, e picchiandomi perché glielo negavo. Ha davvero la forza di un piccolo gigante. Proprio adesso mi ha chiesto: "Che cosa sono le domande sensate?". Con l'intenzione, presumo, di farmene qualcuna.
Nathaniel Hawthorne, Venti giorni con Julian (1851)

annotato da ulrico (18/04/2006 - 13:06)

Nei giorni infausti la mia memoria sembra un caleidoscopio fuori fuoco, ma in quelli propizi i ricordi sono dolorosamente nitidi.
Mordecai Richter, La versione di Barney (1997)

annotato da ulrico (14/04/2006 - 14:24)

Sento la polizia che si stringe, li sento lì fuori mentre fanno le loro mosse, mentre preparano le loro demoniache "bambole" degli informatori, borbottano sul cucchiaio e sul contagocce che ho buttato via alla stazione di Piazza Washington, scavalco la porta girevole e le due rampe giù per le scale di ferro, ce la faccio ad acchiappare un treno "A" per il centro... Giovane, bel ragazzo, capelli a spazzola, membro della Ivy League, genere dirigente pubblicitario, un finocchio mi tiene aperta la porta. Conoscete il genere: dà spago a baristi e taxisti parlando di uncini destri e di baseball, chiama per nome il contabile di Nedick. Un vero stronzo. E proprio all'ultimo minuto questo poliziotto della squadra anti-narcotici con il trench bianco (ve l'immaginate pedinare qualcuno con un trench bianco? Suppongo che cerchi di farsi passare per un battone) riesce a saltare sulla pensilina. Mi sento negli orecchi il modo con cui avrebbe detto, tenendo il mio armamentario nella sinistra e la patacca nella destra: - Ehi, voi, mi sembra che vi sia caduto qualcosa.
William S. Burroughs, Il pasto nudo (1959)

annotato da ulrico (13/04/2006 - 14:20)

Puoi pure sentire la mia carne a contatto con la tua, e credere che i nostri stili di vita siano comparabili, ma io semplicemente non ci sono. Per me, è difficile avere un senso, a qualsiasi livello. Io sono un’invenzione, un’aberrazione. Sono un essere umano incoerente. La mia personalità è appena abbozzata, informe; solo la mia crudeltà è persistente e alligna nel profondo.
Bret Easton Ellis, American Psycho (1991)

annotato da ulrico (11/04/2006 - 15:50)

Decisamente non adoriamo niente di più divino del nostro odore. Tutte le nostre disgrazie nascono dal fatto che ci tocca restare Jean, Pierre o Gaston ad ogni costo durante ogni genere d'anni. Il corpo che abbiamo, travestito da molecole convulse e banali, si rivolta tutto il tempo contro questa farsa atroce del durare. Vogliono andarsi a perdere le nostre molecole, il più in fretta possibile, in mezzo all'universo le carine! Soffrono d'essere soltanto 'noi', cornuti dell'infinito. Scoppieremmo se avessimo un po' di coraggio, ci limitiamo a decadere da un giorno all'altro. La nostra tortura prediletta è rinchiusa lì, atomica, nella nostra stessa pelle, col nostro orgoglio.
Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte (1932)

annotato da ulrico (10/04/2006 - 15:33)

Non esiste un solo mondo - gli dissi - , quello che lei vede o che crede di vedere o che immagina di vedere o che vuole vedere, quel mondo che toccano i ciechi, sentono i mutilati e annusano i sordi, quel mondo di cose e di forze, di solidità o di illusioni, di vita e di morte, di nascite e di distruzioni, il mondo in cui beviamo, in mezzo al quale siamo soliti addormentarci. Per quel che ne so io, ne esiste almeno un altro: quello dei numeri e delle figure, delle identità e delle funzioni, delle operazioni e dei gruppi, degli insiemi e degli spazi. C'è gente, come sa, che pretende si tratti solo di astrazioni, costruzioni, combinazioni.
Raymond Queneau, Odile (1937)

annotato da ulrico (07/04/2006 - 16:11)

quando mi svegliai il sole era alto e io in basso, sotto il letto. mi tirai fuori da lì sotto e scoprii che potevo reggermi. largo taglio sotto il mento. nocche sbucciate. di teste pesanti da sbronza ne avevo conosciute anche di peggiori. e ci si può svegliare anche in posti peggiori. per esempio in prigione? forse.
Charles Bukowski, Taccuino di un vecchio porco (1969)

annotato da ulrico (06/04/2006 - 14:01)

Tutti abbiamo una ferita segreta per riscattare la quale combattiamo.
Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno (1947)

annotato da ulrico (05/04/2006 - 11:48)

Era uno di quei grandi pomeriggi plumbei tipici di Londra: il sole veniva lentamente sciolto in trefoli dal respiro di un migliaio di camini che scodinzolavano all'insù, senza pudore. Quel fumo era qualcosa di più del respiro del giorno, della forza oscura - era una presenza viva che si spostava maestosa per la città. La gente andava di qua e di là, attraversando strade e piazze. Gli autobus avanzavano in uno stridio metallico, a centinaia, sul lunghi viadotti di cemento consunti da anni di uso impietoso, di cupa tetraggine, addentrandosi nel grigio della caligine, nel nero dell'untume, nel rosso del piombo, nel pallore dell'alluminio, fra mucchi di rottami che svettavano alti come caseggiati, lungo le linee secondarie che sfociavano nelle strade intasate di traffico, piene di convogli militari, di altri autobus alti, di autocarri col telone, di biciclette e di automobili, ciascuno con una origine e una destinazione diversa, muovendosi in un flusso compatto, avanzando ogni tanto a singhiozzo, il tutto sovrastato dalle immense rovine gassose del sole fra le ciminiere, i palloni di sbarramento, le linee lettriche e i camini marroni, scuri come il legno invecchiato degli interni, un marrone che s'incupisce, diventa quasi nero per un istante - forse il vero momento del tramonto - che per voi è vino, vino e consolazione.
Thomas Pynchon, L'arcobaleno della gravità, (1973)

annotato da ulrico (03/04/2006 - 17:55)

Sotto certi aspetti si sono nella vita poche ore più piacevoli di quelle dedicate alla cerimonia del tè del pomeriggio. Vi sono circostanze in cui, sia che si prenda il tè o no - c'è della gente che non ne vuol sapere - quel momento è in sé delizioso.
Henry James, Ritratto di signora (1881)

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