Archivio Febbraio 2006

annotato da ulrico (22/02/2006 - 16:13)

La fiesta era proprio cominciata. Sarebbe durata, giorno e notte, per una settimana. Sarebbero continuate le danze, sarebbe continuato il bere, non sarebbe cessato il rumore. Le cose che accaddero potevano accadere solo durante una fiesta. Alla fine tutto divenne irreale e sembrava che niente potesse avere conseguenze. Sembrava fuori luogo pensare alle conseguenze durante la fiesta. Per tutta la sua durata, avevi la sensazione, anche nei momenti di silenzio, di dover sempre urlare per farti udire. Era la stessa sensazione che provi durante un combattimento. Era una fiesta, e durò sette giorni.
Ernest Hemingway, Fiesta (1926)

annotato da ulrico (21/02/2006 - 15:57)

Alice si mise a ridere, "È inutile provare" disse "non si può prestar fede a cose impossibili"
"Direi piuttosto che ti manca l'esercizio" rispose la Regina.

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (1871)

annotato da ulrico (17/02/2006 - 13:49)

...se mi si fa un momento di vuoto dentro... lei lo capisce, posso ammazzare come niente tutta la vita in uno che non conosco...cavare la rivoltella e ammazzare uno che, come lei, per disgrazia abbia perduto il treno... No, non tema, caro signore: io scherzo! Me ne vado. Ammazzerei me se mai...ma ci sono, di questi giorni, certe buone albicocche... Come le mangia lei? con la buccia, è vero?
Luigi Pirandello, L'uomo dal fiore in bocca (1918)

annotato da ulrico (16/02/2006 - 16:52)

Ciò che disse l'inglese su come fare per sopravvivere era questo: "Se smetterete di essere fieri del vostro aspetto, morirete molto presto". Disse di avere visto molti uomini morire in questo modo: "Hanno smesso di stare dritti, poi hanno smesso di farsi la barba e di lavarsi, poi hanno smesso di alzarsi dal letto, poi hanno smesso di parlare e alla fine sono morti. Bisogna dire che, evidentemente, è un modo molto semplice e indolore di andarsene all'altro mondo". Così va la vita.
Kurt Vonnegut, Mattatoio n.5 (1969)

annotato da ulrico (15/02/2006 - 16:39)

Andò nella sua stanza e sofogliò la sua vecchia rubrica di indirizzi. Tanti nomi e numeri e nemmeno un amico. Jon si chiese perché la gente perde la capacità di fare amicizia più o meno quando compra il primo mobile costoso.
Douglas Coupland, Miss Wyoming (1999)

annotato da ulrico (14/02/2006 - 16:26)

... quasi che lo sposarsi e il mettere al mondo dei figli, e poi allevarli ed educarli fosse del tutto simile alla produzione di una qualche merce fabbricata in concorrenza con altri industriali.
John Cheever, Bullet Park (1969)

annotato da ulrico (13/02/2006 - 15:31)

Quando ci sedemmo a tavola feci un inventario dei presenti e quello che restava del mio buon umore evaporò nel momento in cui mi accorsi di avere pochissimo in comune con loro - i papà in carriera, le mamme diligenti e responsabili - dopodichè venni invaso dal terrore e dalla solitudine. Percepivo nettamente il compiaciuto senso di superiorità che emanava dalle coppie sposate e permeava l'aria - la complicità, la dolce e soddisfatta apatia che indugiavano dappertutto - anche se nella stanza mancava un single a cui infliggere tutto questo. Arrivai alla definitiva e dolorosa conclusione che le possibilità del chissà cosa ti succederà erano terminate, che il vecchio fai -quello -che -ti -pare -quando -ti -pare era finito. Il futuro non esisteva più. Tutto apparteneva ormai al passato e lì sarebbe rimasto. E capii - visto che ero l'ultimo arrivato del gruppo e non mi ero ancora lasciato iniziare completamente ai loro rituali e costumi - di essere il disadattato, l'outsider, l'infinitamente solo. La meraviglia che provavo nel ritrovarmi in quel mondo non mi aveva ancora abbandonato. Tutto era formale e limitato. La conversazione educata che ci aveva portati dall'aperitivo alla cena era così asfissiante da essere a suo modo spietata, quindi mi concentrai sulle donne...
Breat Easton Ellis, Lunar Park (2005)

annotato da ulrico (09/02/2006 - 15:53)

Allora per non essere giudicati tutti si affrettarono a giudicare. Che vuole, l'idea più naturale dell'uomo, l'idea che gli viene ingenuamente come dal fondo della sua natura, è quella della propria innocenza. Siamo tutti casi eccezionali. Tutti vogliamo appellarci a qualcosa. Ognuno pretende ad ogni costo di essere innocente, anche se per questo debba spesso accusare il genere umano ed il cielo.
Albert Camus, La caduta (1956)

annotato da ulrico (08/02/2006 - 15:35)

Lentamente il sogno si dileguò, come una coperta di seta scivola giù senza fine sulla pelle di un corpo nudo.
Robert Musil, I turbamenti del giovane Törless (1906)

annotato da ulrico (07/02/2006 - 16:02)

Anche perché egli è l'uomo staccato dalle sue origini e dalle sue radici, girovago nel mondo e sempre alla ricerca di un luogo in cui l'abitare non sia un semplice risiedere e coltivare abitudini, ma un continuo attingere a nuovi stimoli e spunti. Uno "sradicato" quindi che coltiva le proprie radici individuali nel rapporto con l'ambiente e la propria interiorità.
Peter Handke, Il mio anno nella baia di nessuno  (1994)

annotato da ulrico (06/02/2006 - 16:31)

Chiuse gli occhi arrendendosi a lei, anima e corpo, di nulla consapevole al mondo eccettuata la pressione misteriosa di quelle labbra che soffici si schiudevano. Gli premevano il cervello, oltre alla bocca, come se fossero state il veicolo di un vago discorso; e tra esse sentì una pressione sconosciuta e timida, più tenebrosa del languore del peccato, più morbida di un suono o di un odore.
James Joyce, Dedalus, ritratto dell'artista da giovane (1916)

annotato da ulrico (01/02/2006 - 13:20)

Dì ad una ragazza: ‘Io ti amo’. Nessun problema per i primi due terzi, è un circuito chiuso, solo tu e lei. Ma quella maledetta parola volgare alla fine, a quella devi stare attento. Ambiguità. Ridondanza. Dispersione. Perfino irrilevanza. Queste sono tutte interferenze. Le interferenze mandano il segnale a quel paese, immettono disordine nel circuito.
Thomas Pynchon, "Entropia" in Un lento apprendistato (1960)

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