Archivio Maggio 2005

annotato da ulrico (31/05/2005 - 09:04)

Il corpo che giaceva alle sue spalle nello stanzone a volta, al lume delle fiammelle a gas oscillanti, ombra fra le ombre e come quelle oscuro e privo di senso e di segreto, non rappresentava per lui, né poteva rappresentare ormai, che il cadavere pallido della notte passata, destinato irrevocabilmente alla decomposizione.
Arthur Schnitzler, Doppio sogno (1926)

annotato da ulrico (30/05/2005 - 13:19)

Un'alba qualsiasi. E' novembre. Incapace di addormentarmi e ancora vestito, mi rigiro nel futon come se qualcuno mi avesse acceso un falò in testa, anzi, nella testa, infliggendomi un bruciore costante che mi impedisce di chiudere occhio. Non c'è droga né cibo né alcolico in grado di alleviare l'intensità spaventosa della sofferenza che provo; ho i muscoli irrigiditi e i nervi in fiamme.
Bret Easton Ellis, American Psycho (1991)

annotato da ulrico (26/05/2005 - 10:13)

Personalmente sono giunto alla conclusione che la noia è il peggior nemico dei vagabondi, peggio della fame e dei disagi, peggio persino di quella costante sensazione di essere un reietto della società.
Geoge Orwell, Senza un soldo a Parigi e a Londra (1933)

annotato da ulrico (25/05/2005 - 14:27)

Oedipa arrivò a San Narciso la domenica, in automobile, un' Impala presa a nolo. Niente. Guardò dall'alto di un pendio, aggrottando gli occhi per il troppo sole, alla vasta distesa di fabbricati spuntati tutti insieme, come un campo ben tenuto, dalla terra marrone opaca; e Oedipa pensò a quella volta che aveva aperto una radio a transistor per cambiare una pila e s'era incontrata nel suo primo circuito stampato. L'ordinato vortice di case e strade, viste da quell'altezza, le saltava agli occhi con la stessa insospettata e stupefacente chiarezza del circuito stampato. Quantunque di radio se ne intendesse anche meno che dei californiani del sud, i due schemi presentavano un senso e un geroglifico di significati riposti, una intenzione di comunicare. Le rivelazioni leggibili nel circuito stampato sembravano senza limiti (se Oedipa avesse voluto decifrarle) e così durante il suo primo minuto a San Narciso una scoperta rasentò la soglia della sua comprensione.
Thomas Pynchon, L'incanto del lotto 49 (1966)

annotato da ulrico (24/05/2005 - 10:34)

Non lo nego: sono ricoverato in un manicomio; il mio infermiere mi osserva di continuo, quasi non mi toglie gli occhi di dosso perche' nella porta c'e' uno spioncino, e lo sguardo del mio infermiere non puo' penetrarmi perche' lui ha gli occhi bruni, mentre i miei sono celesti.
Gunther Grass, Il tamburo di latta (1959)

annotato da ulrico (23/05/2005 - 14:45)

E' proprio evitare tutto questo ciò che ho cercato di fare in trentasette anni. Mi sono sistematicamente allenata nell'unica cosa al mondo che valga la pena imparare. Rinunciare. Ho smesso di sperare in qualsiasi cosa.
Peter Høeg, Il senso di Smilla per la neve (1992)

annotato da ulrico (20/05/2005 - 11:54)

Con tutta calma si accese una sigaretta. Si sentiva bene. Anche l'aria di fuori era buona, piacevolmente fresca; il pretenzioso ristorante lì accanto, con la facciata disegnata da una ghirlanda di luci, gli sembrò ridicolo; le auto sfrecciavano sulla strada levigata producendo tutte lo stesso rumore. Si avvicinò alla macchina, che aveva lasciato nella parte buia del parcheggio, e aprì la portiera; i suoi gesti erano sorprendentemente pacati, e gli procuravano, come tutto ciò che vedeva, un'intima soddisfazione.
Georges Simenon, Luci nella notte (1953)

annotato da ulrico (18/05/2005 - 14:18)

Cominciò a parlare, ad alta voce: "Pensate quel che volete. Quanto più credete di poter dire di me, tanto più io mi sento libera da voi. Delle volte ho come l'impressione che quel che di nuovo si sa della gente, già non sia più valido. Se in futuro qualcuno mi spiegherà come sono, anche se vuole lusingarmi o incoraggiarmi, respingerò questa sfacciataggine".
Peter Handke, La Donna Mancina (1976)

annotato da ulrico (17/05/2005 - 15:12)

Elena non poteva guardarlo come la guardava lui, perché aveva gli occhi offuscati dalla violenza delle sensazioni. Quando lo guardava si sentiva attratta magneticamente verso di lui, costretta a toccare la sua carne, con la bocca o con le mani, o con tutto il corpo. Gli si strofinava contro con tutto il corpo, con una sensualità animalesca, godendo dell'attrito. Poi giacque sul fianco toccandogli la bocca, come se la stesse modellando e rimodellando, come una cieca che vuol scoprire il taglio delle labbra, del naso, degli occhi, per accertarne la forma, per sentirne la pelle, che vuol scoprire la lunghezza e il volume dei capelli, la loro attaccatura dietro alle orecchie.
Anaïs Nin, Il Delta di Venere (1977)

annotato da ulrico (16/05/2005 - 08:56)

Non volevo scolarmi quel ch'era avanzato del whiskey e, seduto in cucina, nudo bruco, mi domandavo: come va che la gente si fida di me? Chi sono io? La gente è un branco di matti, di ingenui. Questo mi dava un vantaggio. Eccome. Da dieci anni campavo senza un mestiere
Charles Bukowski, Storie di ordinaria follia (1972)

annotato da ulrico (13/05/2005 - 08:59)

Ahimè!, ho studiato, a fondo e con ardente zelo, filosofia e giurisprudenza e medicina e, purtroppo, anche teologia. Eccomi qua, povero pazzo, e ne so quanto prima! Vengo chiamato Maestro, anzi dottore e già da dieci anni meno, per il naso, in su ed in giù, in qua ed in là, i miei scolari. E scopro che non possiamo sapere nulla! Ciò mi brucia quasi il cuore.
Johann Wolfgang von Goethe, Faust (1808)

annotato da ulrico (12/05/2005 - 14:46)

Ma più spesso ce ne andavamo in giro da soli. Sui quais della Senna, Sartre mi comprava dei Pardaillan e dei Fantomas, ch’egli preferiva di gran lunga alla Corrispondenza di Rivière e Fournier; la sera mi portava a vedere dei film di cow-boys, per i quali m’era nata una passione di neofita, perché ero versata soprattutto al cinema astratto o in quello d’arte. Parlavamo per ore, nelle terrazze dei caffè, o bevendo cocktails al Falstaff.
Simone de Beauvoir, Memorie di una ragazza perbene (1958)

annotato da ulrico (11/05/2005 - 15:06)

Tutto ciò che aveva preceduto quell'evento non era che finzione, una banale e frenetica imitazione del dolore. Albeggiava appena quando incominciò a piangere e fu questo momento nella semioscurità che avrebbe in seguito fatto coincidere con l'inizio del suo lutto.
Ian Mc Ewan, Bambini nel tempo (1987)

annotato da ulrico (09/05/2005 - 14:24)

Dunque, vorrei avere davanti a me un quadro con su dipinta una stazioncina dieci minuti prima che cali la notte. Oltre il marciapiede, le acque del Wekonsett River riflettono i cupi riverberi del tramonto. L'architettura dell'edificio è stranamente bizzarra e malinconica ma non pesante, e ricorda molto un pergolato, una villetta di campagna o il padigilone di un giardino, anche se qui il clima è da inverni di ghiaccio. I lampioni lungo il marciapiede brillano con un tono lamentoso quasi impalpabile. In qualche modo è come se la scena si svolgesse nel cuore della materia.
John Cheever, Bullet Park (1969)

annotato da ulrico (06/05/2005 - 14:53)

Io sono un fantasma e voglio quello che vogliono tutti i fantasmi, un corpo, dopo che il lungo tempo si è mosso in vincoli inodori di spazio dove non c'è vita solo un non odore incolore della morte...
William S. Burroughs, Il pasto nudo (1959)

annotato da ulrico (05/05/2005 - 14:40)

Arrivo a un semaforo rosso, con la tentazione di proseguire, poi mi fermo quando vedo un cartellone che non ricordo di aver mai visto e allora guardo in su.
Dice soltanto <<Scomparite qui>>
Allontano lo sguardo ed è come se cercassi di togliermelo di testa.
Bret Easton Ellis, Meno di zero (1985)

annotato da ulrico (04/05/2005 - 14:30)

E così pensò alla ragazza, Maria, con la sua pelle, i capelli e gli occhi dello stesso bruno dorato; i capelli un po' più scuri del resto, ma si schiariranno, pensò, quando la pelle si abbronzerà di più, quella pelle liscia con i riflessi d'oro pallido su un fondo scuro. La sua pelle era certo liscia, liscio era tutto il corpo, e lei si muoveva impacciata come se ci fosse qualcosa in lei e intorno a lei che la imbarazzasse, come se questa cosa fosse visibile, sebbene non lo fosse che nella sua mente. E arrossiva quando lui la guardava, e se ne stava seduta, le mani strette intorno alle ginocchia, e la camicia aperta sulla gola, le coppe dei seni erte, contro la camicia, e quando egli pensava a lei gli si stringeva la gola e faceva fatica a camminare.
Ernest Hemingway, Per chi suona la campana (1940)

annotato da ulrico (03/05/2005 - 11:53)

(...) cominciai a fare calcoli inutili, moltiplicando il numero di libri che avevo letto nell’anno precedente per il numero di anni che potevo ancora ragionevolmente aspettarmi di vivere, e scorgendo nelle tre cifre del risultato non tanto un annuncio di mortalità (anche se quella notizia non mi tirò su di morale), quanto una misura dell’incompatibilità del lento lavoro della lettura con l’ipercinesi della vita moderna.
Jonathan Franzen, Forse sognare: nell’era delle immagini, una ragione per scrivere romanzi (1996)

Archivio Maggio 2005