Archivio Marzo 2005

annotato da ulrico (31/03/2005 - 11:05)

Da quando una volta, per quasi un anno, era vissuto immaginando di aver perso il linguaggio, per lo scrittore ogni frase che scriveva e con la quale avvertiva anche la spinta alla possibile prosecuzione era diventata un avvenimento. Ogni parola che, non parlata, bensì in forma di scrittura annunciava la prossima, gli faceva tirare un sospiro di sollievo e lo ricollegava al mondo; soltanto con questo felice annotare per lui cominciava il giorno, e poi, così comunque pensava, fino al mattino seguente poteva anche non accadergli più nulla.
Peter Handke, Pomeriggio di uno scrittore (1987)

annotato da ulrico (30/03/2005 - 14:27)

Per quel che riguarda personalmente Kees Popinga, si deve convenire che alle otto di sera c'era ancora tempo, perché a ogni buon conto il suo destino non era segnato. Ma tempo per che cosa? E poteva lui agire diversamente da come avrebbe poi agito, persuaso com'era che i suoi gesti non fossero più importanti di quelli di mille altri giorni del suo passato? Avrebbe scrollato le spalle se gli avessero detto che la sua vita sarebbe cambiata di punto in bianco, e che quella fotografia sulla credenza, che lo ritraeva in piedi fra i familiari, una mano distrattamente poggiata sulla spalliera di una sedia, sarebbe stata riprodotta da tutti i giornali d'Europa.
Georges Simenon, L'uomo che guardava passare i treni (1938)

annotato da ulrico (29/03/2005 - 10:30)

Se non vuoi un uomo infelice, non presentargli mai i due aspetti di un problema, o lo tormenterai; dagliene uno solo; meglio ancora, non dargliene nessuno. Fa' che dimentichi una cosa come la guerra. Se il governo è inefficiente, appesantito dalla burocrazia e in preda al delirio fiscale, meglio tutto questo che non il fatto che il popolo abbia a lamentarsi. Pace, Montag. Offri al popolo gare che si possano vincere ricordando le parole di canzoni molto popolari, o il nome delle capitali dei vari Stati dell'Unione o la quantità i grano che lo Iowa ha prodotto l'anno passato. Riempi i loro crani i dati non combustibili, imbottiscili di fatti al punto che non si possano più muovere tanto son pieni, ma sicuri d'essere 'veramente bene informati'. Dopo di che avranno la certezza di pensare, la sensazione del movimento, quando in realtà sono fermi come un macigno.
Ray Bradbury, Fahrenheit 451 (1951)

annotato da ulrico (25/03/2005 - 11:47)

Le realtà del mondo mi colpivano come visioni, e solo come tali, mentre le sfrenate idee sul paese dei sogni divenivano a loro volta, non materia della mia esistenza quotidiana, ma, di fatto, l'esistenza stessa assoluta e unica.
Edgar Allan Poe, Berenice (1835)

annotato da ulrico (23/03/2005 - 14:35)

In una taverna dei bassifondi londinesi, uno strano scantinato incomparabilmente sordido, Dirty era ubriaca. Lo era in modo estremo, le stavo accanto (la mano ancora fasciata per il taglio che m'ero fatto rompendo quel vetro). S'era messa un abito da sera sontuoso (ma io ero malrasato, scarruffato). Agitava le lunghe gambe, in preda a una veemente convulsione. La taverna era piena di uomini, occhi che s'intorbidavano sempre piu'. Facevano pensare a sigari spenti quegli occhi. E Dirty continuava a stringere le cosce nude.
Georges Bataille, L'azzurro del cielo (1957)

annotato da ulrico (22/03/2005 - 16:52)

Da molto tempo un'ombra di disgusto si posava su tutto ciò che faceva o subiva, un soffio di impotenza e solitudine, un'antipatia universale alla quale non sapeva trovare la complementare simpatia. Talvolta gli sembrava addirittura di essere nato con una vocazione per cui al giorno d'oggi non v'era meta.
Robert Musil, L'uomo senza qualità (1930-1942)

annotato da ulrico (21/03/2005 - 13:45)

Subito, con le prime parole che le rivolse, volle avvisarla che non intendeva compromettersi in una relazione troppo seria. Parlò cioè a un dipresso così: - T'amo molto e per il tuo bene desidero ci si metta d'accordo di andare molto cauti. - La parola era tanto prudente ch'era difficile di crederla detta per amore altrui, e un po' più franca avrebbe dovuto suonare così: - Mi piaci molto, ma nella mia vita non potrai essere giammai più importante di un giocattolo. Ho altri doveri io, la mia carriera, la mia famiglia.
Italo Svevo, Senilità (1898)

annotato da ulrico (18/03/2005 - 13:40)

Non ho nessuna immagine di me, neppure un'opinione. Per fortuna continuo a non sapere chi sono. E qui mi ripeto non solo volentieri, ma anche consapevolmente
Peter Handke, Alla finestra sulla rupe, di mattina (1998)

annotato da ulrico (17/03/2005 - 14:33)

Alle undici e venti di sera guardavo Los Angeles dall'alto: il reticolo infinito di punti luminosi. Stanco com'ero cercavo di seguire la vibrazione dei motori, così come arrivava al mio sedile attraverso la struttura di metallo in tensione. Ero sicuro di scoprire qualche cambiamento improvviso al ritmo, o vuoto di frequenza. Cercavo anche di leggere le scritte al neon in basso, man mano che venivano a galla nel buio i contorni della freeways vicino al mare.
Andrea De Carlo, Treno di panna (1981)

annotato da ulrico (16/03/2005 - 13:09)

Quando un ragazzo di quattordici o quindici anni si scopre più portato all'introspezione e all'autocoscenza d'altri suoi coetanei, cade facilmente nell'errore di ascriverne il motivo al fatto che è più maturo di loro. Nel mio caso fu indubbiamente uno sbaglio. Il motivo semmai stava qui, che gli altri ragazzi non provavano quel bisogno di comprendere se stessi che in me era così impellente: potevano esplicare la loro personalità con la massima naturalezza, mentre a me incombeva recitare una parte, e questo doveva richiedere un acume e uno studio considerevoli. E quindi non era la mia maturità, ma il mio senso di malessere, la mia insicurezza, che mi forzavano a acquistare il controllo della mia coscienza; giacchè una coscienza del genere era semplicemente un trampolino di lancio verso l'aberrazione, e tutti i miei pensamenti di allora, nient'altro che congetture incerte e campate in aria.
Yukio Mishima, Confessioni di una maschera (1947)

annotato da ulrico (14/03/2005 - 18:38)

Negli occhi dei passanti, nella foga del brulichio cittadino, nel muggito e nel frastuono; nel trepestio e nell'ondeggiar di carrozze, automobili, omnibus, furgoni, uomini-sandwich; nelle bande e negli organetti, nella nota trionfante e nello strano altissimo canto di un aereo che ronzava su in cielo era ciò che ella amava: la vita, Londra, e quell'attimo di giugno.
Virginia Woolf, La signora Dalloway (1925)

annotato da ulrico (11/03/2005 - 09:04)

Ero contento di non essere innamorato, di non essere in pace col mondo. A me piace avercela con tutto e con tutti. Gli innamorati diventano spesso nervosi, pericolosi. Perdono il senso della realtà. Perdono il senso dell'umorismo. Diventano irritabili, psicotici e noiosi. Ammazzano perfino la gente.
Charles Bukowski, Donne (1978)

annotato da ulrico (10/03/2005 - 13:10)

"Sono appena stata alla finestra" disse lei. Lui risprofondò nel letto terrorizzato. La ragazza rimase lì ancora un attimo, indecisa; da parecchio tempo ormai si era accorta dell'ossessione di Callisto, e in qualche modo aveva capito che quel 37 costante era ormai decisivo. All'improvviso, come se fosse giunta all'unica e inevitabile conclusione di tutto ciò, si mosse rapidamente verso la finestra prima che Callisto potesse parlare; scostò violentemente le tende e frantumò il vetro con le sue mani delicate, ritraendole insanguinate e luccicanti di schegge; poi si volse verso l'uomo disteso sul letto, ad aspettare con lui il momento in cui l'equilibrio sarebbe stato raggiunto, quando 37 gradi Fahrenheit avrebbero regnato dentro e fuori, per sempre, quando l'incerta e curiosa dominante delle loro vite separate si sarebbe sciolta in una nota tonica oscura e nell'assenza finale di ogni movimento.
Thomas Pynchon, "Entropia" in Un lento apprendistato (1960)

annotato da ulrico (09/03/2005 - 13:54)

Ancora fumato e ancora bevuto, contate le sigarette, i bicchieri, e lasciate ancora due sigarette per oggi, perché tra oggi e lunedì ci sono tre giorni, senza Ivan.
Ingeborg Bachmann, Malina (1971)

annotato da ulrico (08/03/2005 - 09:09)

Non c'è posto al mondo che io ami più della cucina.
Non importa dove si trova, com'è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano. Anche le cucine incredibilmente sporche mi piacciono da morire. Mi piacciono col pavimento disseminato di pezzettini di verdura, così sporche che la suola delle pantofole diventa subito nera, e grandi, di una grandezza esagerata. Con un frigo enorme pieno di provviste che basterebbero tranquillamente per un intero inverno, un frigo imponente, al cui grande sportello metallico potermi appoggiare. E se per caso alzo gli occhi dal fornello schizzato di grasso o dai coltelli un po' arrugginiti, fuori le stelle che splendono tristi. Siamo rimaste solo io e la cucina. Mi sembra un po' meglio che pensare che sono rimasta proprio sola.

Banana Yoshimoto, Kitchen (1987)

annotato da ulrico (07/03/2005 - 14:01)

Come molti di noi, anch'io provo una certa riluttanza a modificare in misura eccessiva le consuetudini di un tempo. Ma non vi è merito alcuno nel rimanere aggrappati alla tradizione esclusivamente per il gusto di farlo.
Kazuo Ishiguro, Quel che resta del giorno (1989)

annotato da ulrico (03/03/2005 - 09:54)

Mi sono accorta che per sentirmi meglio mi basta prendere un taxi e farmi portare da Tiffany. E' una cosa che mi calma subito, quel silenzio e quell'aria superba: non ci può capitare niente di brutto là dentro, non con quei cortesi signori vestiti così bene, con quel simpatico odore d'argento e di portafogli di coccodrillo.
Truman Capote, Colazione da Tiffany (1958)

annotato da ulrico (02/03/2005 - 14:24)

È strano il modo in cui continuo ancora a credere (perché è una fede) che il bambino che ero, di un certo villaggio, di una certa casa, proprio quel particolare, innocente Io non possa né debba finire nonostante tutte le possibili colpe che io possa aver commesso nel frattempo
Peter Handke, Alla finestra sulla rupe, di mattina (1998)

annotato da ulrico (01/03/2005 - 12:03)

Cominciavo a trovare nauseante la razza umana: si riduceva tutta a un cumulo di ormoni, fianchi, secrezioni e fetori putrescenti. Perlomeno in quelle condizioni mi sembrava di non poter essere considerato a nessun effetto un target ideale di mercato.
Douglas Coupland, Generazione X (1991)

Archivio Marzo 2005